Claretta Petacci e quella spilla da balia in Piazzale Loreto

Sandro Pertini, una volta capo partigiano, di lei disse: “La sua unica colpa era quella di avere amato un uomo”. Claretta Petacci, infatti, è una di quelle ragazze che sono passate alla storia per essere “La donna di”. Neanche “la moglie di”, perché Benito Mussolini era già sposato con Rachele Guidi, madre dei suoi cinque figli. La giovane Claretta è l’ultima, ma non è sicuramente l’unica tra le amanti di Mussolini, impegnato nella difesa della famiglia tradizionale dal balcone e altrettanto affaccendato in senso opposto dal letto.

All’anagrafe la registrarono come Clarice Petacci, ma per tutti è sempre stata Claretta ed è conosciuta per aver condiviso lo stesso destino di morte di Benito Mussolini. Muore infatti giovanissima il 28 aprile del 1945, due mesi dopo aver compiuto i 33 anni, e finirà appesa a testa in giù alla pensilina del distributore di carburante, tra i cadaveri in piazzale Loreto, a Milano. Ma c’è un gesto di pudore, tra le urla della piazza, che impedisce il vilipendio nel vilipendio, quello che oggi si riassumerebbe nel “restiamo umani”.



 

I primi anni

Claretta nasce a Roma, nel 1912. Suo padre è un medico abbastanza affermato nell’ambiente della capitale e questo permette alla giovane Clara di sostenere degli studi musicali, anche se con rendimenti alterni. Quando Benito Mussolini prende il potere nel 1922, Clara ha solo 10 anni, ma cresce con una venerazione sempre più crescente verso quest’uomo forte e autoritario, che ha già quarant’anni. Gli invia lettere di ammirazione e ne custodisce fotografie, con la passione esaltante dell’adolescenza.



L’incontro con Mussolini

Il 24 aprile del 1932 avviene l’incontro che cambierà per sempre la vita di Claretta. E’ in auto con la sua famiglia e con il suo futuro marito, Riccardo Federici. Si trovano sulla via del Mare e stanno per raggiungere Ostia, quando un’Alfa rossa li supera. Alla guida c’è Benito Mussolini e Claretta cerca di attirare la sua attenzione. Il Duce, a quel punto, accetta di scambiare qualche parola con la ragazza e la invita a Palazzo Venezia, sempre più spesso. Inizia così una relazione clandestina, tollerata dalla moglie del duce, Rachele Guidi, a cui probabilmente la giovane Claretta non deve sembrare né più né meno importante delle tante altre donne con cui Mussolini l’ha tradita.  



La relazione clandestina

La tresca con Mussolini non impedisce a Claretta di convolare a nozze nel 1934 con il sottotenente della Regia Aeronautica Riccardo Federici. Il matrimonio resta a galla per circa due anni, ma la donna si allontana dal marito per vivere la sua relazione con “Ben”, come lo chiama nei suoi diari. Molti sono i gerarchi che disapprovano la storia tra il Duce e la Petacci: non vedono di buon occhio infatti l’innalzamento di rango della famiglia Petacci e il crescente potere del fratello di Clara, Marcello. Nel 1939 i Petacci si trasferiscono a Villa Camilluccia, confiscata dopo la caduta del fascismo con il sospetto di essere stata acquistata da Mussolini con fondi sottratti al bilancio dello Stato. La villa è enorme e splendida, con un rifugio antiaereo e un’alcova destinata agli incontri tra Benito e Claretta. La relazione è ormai di dominio pubblico: tante sono le lettere che arrivano all’indirizzo di Claretta per mettere una buona parola con l’amato rispetto a questo o a quell’affare.

L’incontro con donna Rachele

A questo punto, anche Rachele inizia a indispettirsi. E’ lei stessa, nei libri che scriverà a proposito di Mussolini, a parlare di un incontro che ha organizzato con Claretta, nel 1944. Per tre ore le due donne litigano: donna Rachele rivendica il possesso esclusivo del Duce, dice che la ragazza lo ha stregato e sospetta che sia una spia degli inglesi. Claretta piange, urla e si dispera. L’incontro si conclude con la voce di Benito Mussolini, chiamato al telefono per sedare la lite.

La fuga

Fuori, intanto, la situazione sta precipitando. Nel tentativo di sfuggire alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana e sperando ancora nella salvezza, Mussolini abbandona il 18 aprile 1945 l’isolata sede di Palazzo Feltrinelli a Gargnano, sul lago di Garda. Arriva a Milano e alloggia in prefettura. Riunioni, discussioni, vertici e arriva così il 25 aprile 1945. Mussolini, salutati gli ultimi fedelissimi, lascia Milano e parte in direzione di Como, scortato dalle SS.  Qui inizia uno spostamento disperato e confuso nei dintorni dei paesi del lago, finché non viene riconosciuto nei pressi di Dongo. Claretta è con lui e ha con sé un passaporto falso spagnolo. Sono ore confuse, Mussolini e Claretta Petacci sono insieme ma vengono continuamente spostati, per timore che i fascisti tentino di liberare il duce. A Mussolini viene persino fasciato il capo per evitare che venga riconosciuto.

I giorni confusi di fine aprile

Intanto, si sta decidendo che fare. Il generale Cadorna teme che consegnare Mussolini agli Alleati comporti un processo a un intero ventennio di politica italiana, nel quale sarebbe difficile separare le responsabilità di un popolo da quelle del suo condottiero. Ci si convince che l’eventuale sopravvivenza di Mussolini non abbia nessuna utilità. La mattina del 28 aprile Cadorna riceve un ordine di esecuzione a firma del CLNAI. Si ordina di uccidere Mussolini senza processo.

La morte

Mussolini e la Petacci vengono caricati in auto e arrivano in un vialetto a Giulino, nei pressi di Villa Belmonte. I partigiani bloccano la strada nelle due direzioni e Mussolini viene spinto verso il cancello, mentre Claretta piange. Il colonnello Valerio dice: “Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano”. Claretta si aggrappa a Mussolini e Valerio le chiede di togliersi di mezzo, se non vuole morire.  Si scarica una raffica mortale di cinque colpi sull’ex capo del fascismo. Claretta, però, si getta sulla traiettoria del mitra: viene colpita e uccisa, anche lei. Sono appena passate le quattro del pomeriggio del 28 aprile 1945.

L’aneddoto della spilla da balia

I corpi arrivano a Milano, in piazzale Loreto, verso le 3 della notte, insieme ad altri diciotto gerarchi fascisti. Vengono scaricati nello stesso punto in cui, il 10 agosto 1944, erano stati fucilati e lasciati esposti al pubblico quindici partigiani. La gente accorre in piazza dalle prime ore del mattino e comincia a infierire sui corpi con sputi, spari e altri oltraggi. I vigili del fuoco e i partigiani presenti decidono quindi di appendere i corpi a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina. Nel clima da “macelleria messicana” di Piazzale Loreto, in un angolino avviene un aneddoto forse un po’ romanzato. Una staffetta partigiana, Carla la Bionda, si sarebbe accorta (e non solo lei) che nell’issare Claretta Petacci a testa in giù, la gonna si è sollevata e le ha scoperto le parti intime. Non esita, Carla. Prende una spilla da balia e chiede a don Giuseppe Pollarolo, cappellano partigiano, di fissare la gonna alle calze della Petacci.

E’ una storia piccola e offuscata, nella grande successione di eventi che hanno caratterizzato la vita e la morte di una ragazza di 33 anni. E’ una storia che rischia di perdersi, perché non è una storia da libri di scuola. Ma è una piccola storia di pietà e che forse, quando pensiamo di essere dalla parte giusta della storia, dobbiamo sempre tenere a mente, per non perdere la lucidità. E che ci ricorda, ancora una volta, che, anche nella morte e nell’umiliazione, per le donne la società prevede sempre un trattamento più degradante.

Noi non siamo come loro?

Sempre Pertini dichiarò: “A Piazzale Loreto l’insurrezione si è disonorata”. Ancora oggi alcuni s’interrogano sull’accaduto.  E’ difficile esprimere una valutazione, per via del contesto storico e della furia del momento: la sola considerazione è prendere atto che in Italia non è stato mai celebrato un processo giudiziario nei confronti dei gerarchi fascisti. In Italia non c’è stata nessuna Norimberga. Nella grande storia, però c’è la piccola storia di Claretta Petacci e Carla la Bionda. Si può essere dalla parte opposta della storia e conservare, comunque, la lucidità e il senso di pietà. Altrimenti a cosa serve dire “Noi non siamo come loro”?

Elisa Ghidini

 

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