Vicenza, affresco giottesco deturpato

Fonte: artemagazine.it
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A Vicenza, è stato deturpato un affresco appartenente alla scuola giottesca risalente al 1320, di autore anonimo, situato nel chiostro del Tempio di San Lorenzo. L’affresco è stato imbrattato con vernice nera a spray.

L’Italia della decadenza, l’Italia dell’ignoranza, l’Italia della noncuranza. L’ Italia dei valori che non ci sono più. Il rispetto verso l’altro, il rispetto verso i valori culturali e umani ha perso di significato.

Il non riconoscere questi valori è una grande sconfitta per la società odierna. L’affresco deturpato con la bomboletta spray a Vicenza è solo l’ultima di una serie di atti e consuetudini che accadono giorno dopo giorno nella nostra scoietà, italiana e allargando il campo anche globale, perchè nessuna parte del mondo è risparmiata da questi atti che definire vandalici è dire poco. L’atto vandalico non è mai fine a se stesso, va analizzato, capito. Esso rappresenta lo stadio ultimo di una sofferenza, una perdita di valori che si esternalizza.

L’autore del gesto sull’affresco di Vicenza rimane ignoto, ma ignoto non rimane il suo atto e il messaggio che porta con sè. Lo scempio interessa la muratura e marginalmente la superficie affrescata dell’opera, collocata in una nicchia alla sinistra della facciata del tempio. Il Comune di Vicenza ha presentato una denuncia contro ignoti.
L’affresco raffigura una Crocifissione ed è attribuito a un artista appartenente alla scuola del “giottismo vicentino“, movimento di cui fecero parte un gran numero di pittori legati dall’insegnamento e dall’imitazione dei modelli di Giotto, così fa sapere l’Ansa.

La riflessione che ne scaturisce è come ormai si agisca non riconoscendo più quelli che sono i veri valori umani. Deturpare un’opera d’arte, un’opera che appartiene alla nostra cultura, ma soprattutto che ci ricorda da dove veniamo, come una bussola che ci dovrebbe guidare nel futuro; è un chiaro segnale di non riconoscimento di questi valori e quindi di non riconoscimento dello stesso “rispetto” verso questi valori.

Colui che ha imbrattato l’affresco di Vicenza con delle scritte di nomi, molto probabilmente non si è reso conto di aver arrecato un danno non tanto all’opera in quanto tale ma anche a se stesso.

Oggi, Il mondo è quello che conosciamo anche e grazie soprattutto a quello passato, a chi ci ha preceduto, a chi con i suoi gesti e le sue azioni ha scritto la storia.

Le opere d’arte intese nella loro globalità, dalle piazze, ai monumenti, ai libri, agli affreschi, agli usi e ai costumi ecc, costituiscono un bagaglio culturale nostro, che ci portiamo dietro e che rappresenta noi stessi, in quanto esseri umani, nello specifico italiani, di cultura italiana.

Oggi, viviamo in un mondo globalizzato, dove tutto è labile, dove tutto è volatile ed effimero, privo di consistenza. Le informazioni viaggiano in cloud, tutto è informatizzato, nulla più è statico, capite bene che è necessario tutelare ma più di tutto valorizzare i pilastri culturali, quelli sì che sono statici, mai parola mi giunge più pertinente; fissi e immobili. Nel nostro correre quotidiano, essi ci tengono fermi a terra e ci inducono alla riflessione.

Essi ci fanno porre delle domande, e solo il fatto che ce le poniamo è un bene, perchè accendono in noi uno spirito critico. Fermarsi di fronte ad una statua di Michelangelo, o entrare in una Chiesa medievale, induce ad attivare non solo i sensi ma anche la mente, induce a pensare, al volere sapere, a conoscere.

Conoscenza è sinonimo di storia, è sinonimo di valore aggiunto, è sinonimo di umanità. Restare umani sembra quasi diventato un mantra, oggigiorno. Non è più così scontato “perdere se stessi” in questo mondo, e la cultura con il suo ricco patrimonio è l’unica ancora di salvezza, l’unico porto sicuro a cui appigliarsi per fare autocoscienza.

Insegnare tutto ciò ai giovani è un obbligo che non può essere procastinato. Gli effetti della perdita di valori culturali sono già da tempo evidenti nei svariati atti compiuti dall’uomo, e questo deve far riflettere ad agire per tempo, perchè perdere la rotta è facile, ma si può sempre rimediare. Far sparire il porto di approdo non è concepibile, perchè il pescatore, dopo ogni viaggio in mare, deve poter tornare a casa, li dove le sue radici sono ben salde.

Laura Maiellaro

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