Cos’è la vigilanza etnica?

Da un anno è operativa una circolare che impone all'Ispettorato del Lavoro di svolgere maggiori controlli sulle imprese gestite dagli stranieri.

In cinque mesi sono stati avviati 6000 controlli nei confronti di ristoranti, negozi, supermercati con titolari stranieri. Salvini dice che siano ricettacoli di criminalità per giustificare la “vigilanza etnica”. Ma davvero ci sono maggiori irregolarità in queste attività?

vigilanza etnica
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Da un anno è operativa la circolare sulla “vigilanza etnica” che impone all’Ispettorato del Lavoro di svolgere maggiori controlli sulle imprese gestite dagli stranieri. In questi mesi  è emersa davvero una situazione di emergenza rispetto ai negozi gestiti da italiani?

La “vigilanza etnica” è stata introdotta giusto un anno fa, nel luglio del 2018, nel primo mese di lavoro del governo sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega. Tramite una circolare giunta nelle 74 sedi dell’Ispettorato del Lavoro, il Governo ordinava all’ente, che in Italia svolge controlli negli ambienti lavorativi, di avviare una “vigilanza straordinaria”. Oggetto di questa operazione dovevano essere letteralmente “le imprese gestite da imprenditori stranieri”.  La ragione di questo provvedimento risiedeva nella presunzione secondo cui nelle attività commerciali gestite da imprenditori stranieri, come ristoranti, bar, negozi di abbigliamento e supermercati.

Ma non è una forma di discriminazione?





Il documento è stato definito da molte associazioni giuridiche una vera e propria discriminazione.  Si porta avanti di fatto una “profilazione etnica” che punta a sospettare di una particolare categoria di persone (o di esercenti, in questo caso) in ragione dell’etnia.

La Costituzione Italiana, all’art. 3, afferma però che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Dello stesso tono è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha considerato disciminatorie alcune pratiche portate avanti anche negli altri Stati. Non molto distante dal caso italiano è infatti il modus operandi della polizia britannica, sempre nell’ottica della “vigilanza etnica”. Essendo obbligata per legge a diffondere i dati sulle persone fermate (uno dei rari casi al mondo), è emerso come una persona nera venga veda decuplicate le possibilità di vedersi controllato dalla polizia, rispetto a una persona bianca.

Come è stata attuata la “vigilanza etnica”?

Secondo i dati riportati da Il Post, gli ispettori del lavoro hanno portato avanti da luglio a dicembre 2018 circa 6 mila ispezioni in esercizi con titolari stranieri. Si è trattato di circa 60 controlli al giorno solo in questa direzione, che, a detta di alcuni, potrebbero distogliere risorse da attività di indagine comunque importanti, come ad esempio il caporalato. Quest’ultimo è stato oggetto di 7000 ispezioni nel 2018, distribuite però nel corso di tutto l’anno.

Sempre Il Post ha ricevuto dall’Ispettorato del Lavoro alcune spiegazioni in merito. L’ente ha spiegato infatti che i controlli hanno riguardato anche le imprese italiane a caratterizzazione etnica, come ad esempio i ristoranti.




In Italia si occupano dei controlli ben otto realtà differenti.  Il lavoro di coordinamento è di competenza dell’Ispettorato del Lavoro, a cui fanno capo INPS e INAIL. In materia fiscale è responsabile la Guardia di Finanza, mentre i Vigili del Fuoco verificano il rispetto della normativa antincendio. L’igiene e la sicurezza sul lavoro sono invece materie spettanti all’ASL. I Carabinieri dei NAS vigilano poi sul rispetto dei regolamenti sanitari e norme a protezione della salute.  Anche la Polizia Municipale ha poi un potere in materia, per tutto ciò che riguarda i regolamenti comunali.

A questo proposito, è proprio l’ambito comunale uno dei più discrezionali sui destinatari dei controlli portati avanti. In passato sono rimbalzate sui giornali le notizie relative alle famigerate ordinanze anti-kebab di alcuni sindaci. Della stessa indole, sono stati alcuni provvedimenti contro gli Internet Point e i phone center, spesso di proprietà di stranieri.

Ma sono davvero più numerosi gli illeciti nei negozi degli stranieri?

I dati che fanno riferimento al 2018 non fanno emergere una particolare emergenza per le imprese guidate da stranieri. Tra le attività ispezionate, il 70% presentava irregolarità, esattamente in linea con i dati relativi alle ispezioni ordinarie. Ciclicamente, però, il ministro dell’Interno Matteo Salvini torna sulla questione. Negli scorsi mesi ha infatti puntato il dito contro i “botteghini etnici”, ritenuti ricettacoli di spaccio e illegalità.

L’appello raccolto da FanPage di alcuni minimarket a Milano contro il provvedimento che impone la chiusura forzata alle 21 proposta dal ministro Salvini




Per quanto riguarda la ristorazione etnica, l’ultima operazione ha preso avvio a maggio, da parte del ministero della Salute.  Secondo i Carabinieri, circa il 50 per cento delle attività oggetto di ispezione presentava irregolarità, coerentemente rispetto ai controlli ordinari.

Di che tipo di irregolarità si parla?

Pierluigi Rausei, docente di Diritto Sanzionatorio del Lavoro, ha spiegato a Il Post come non sia raro riscontrare irregolarità nei negozi etnici riguardati soprattutto la materia contributiva e la regolarità dei contratti. Molti esercenti, infatti, provengono da Paesi con cui l’Italia non ha convenzioni per la riscossione della pensione nel Paese d’origine, in cui verosimilmente contano di tornare.

Secondo Mario Ariano, sindacalista CGIL e ispettore del lavoro, la differenza principale è basata sul tipo di illeciti. Nelle attività di proprietà degli stranieri sarebbero più frequenti le irregolarità più leggere. Le sanzioni invece comminate per condotte più gravi, come ad esempio il caporalato e i subappalti illeciti, riguarderebbero maggiormente le attività gestite da italiani.

Quindi è a tutti gli effetti una discriminazione impunita

La questione più rilevante è comunque la prassi ormai radicata nelle istituzioni di portare avanti delle lotte che abbiano una maggiore presa sull’elettorato. Per quanto le varie scelte politiche possano essere discutibili, con la vigilanza etnica l’azione di governo e degli enti segue la via della discriminazione. Almeno alla luce delle definizioni internazionali e dei principi costituzionali.

La compatibilità di queste misure con il testo della nostra Costituzione appare dubbia. La Corte Costituzionale, però, non ha mai avuto occasione di esprimersi in merito. Nessuno infatti ha ancora impugnato questo tipo di provvedimenti in un’aula di Tribunale. Il rischio, quindi, è che questa pratica vada a sedimentarsi e a creare un terreno fertile per un allargamento ad altri settori, senza una reale emergenza a cui provvedere, ma con l’avvallo di un elettorato facilmente bersaglio di  manovre governative pubblicitarie.

Elisa Ghidini

 

 

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