Gerusalemme Est era sotto occupazione israeliana da ventitré anni e la Prima Intifada aveva già trasformato il rapporto tra la popolazione palestinese e le autorità israeliane. La mattina dell’8 ottobre 1990 migliaia di musulmani si trovavano ad Al Haram al Sharif, il complesso che comprende la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia, quando scoppiarono scontri con la polizia e la polizia di frontiera israeliane. Le forze di sicurezza utilizzarono gas lacrimogeni, proiettili di gomma e munizioni vere. Secondo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, più di venti palestinesi furono uccisi e oltre 150 persone rimasero ferite, tra cui civili e fedeli. Gli eventi di Al Haram al Sharif provocarono una condanna unanime del Consiglio di sicurezza, che richiamò Israele, in quanto potenza occupante, agli obblighi previsti dalla Quarta Convenzione di Ginevra.
Gerusalemme Est sotto occupazione
Per comprendere quanto accadde bisogna partire dalla posizione particolare di Al Haram al Sharif. Il complesso religioso si trova nella Città Vecchia di Gerusalemme Est, territorio occupato da Israele durante la guerra del giugno 1967. Israele estese successivamente la propria legislazione e amministrazione alla parte orientale della città, una decisione che non ottenne riconoscimento internazionale. Nel 1980 il Consiglio di sicurezza, con le Risoluzioni 476 e 478, respinse le misure israeliane volte a modificare lo status di Gerusalemme.
Al Haram al Sharif rappresenta uno dei luoghi più importanti dell’Islam. Al suo interno sorgono la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia. Lo stesso spazio è sacro anche per l’ebraismo, che lo identifica con il Monte del Tempio, mentre il Muro Occidentale si trova immediatamente sotto il complesso.
La sovrapposizione religiosa si accompagna quindi da decenni alla disputa politica sulla città. Nel 1990 questa tensione era ulteriormente aggravata dalla Prima Intifada, iniziata nei territori palestinesi occupati nel dicembre 1987.
La rivolta aveva coinvolto Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza attraverso manifestazioni, scioperi, boicottaggi, proteste e scontri con l’esercito israeliano. Alla data degli eventi di Al Haram al Sharif erano già stati uccisi centinaia di palestinesi e decine di israeliani. Il rapporto tra popolazione palestinese e apparato militare e di sicurezza israeliano era quindi caratterizzato da una tensione permanente.
Il progetto del Temple Mount Faithful
A rendere particolarmente delicata la giornata dell’8 ottobre contribuì l’annuncio di un gruppo nazionalista religioso ebraico, i Temple Mount Faithful, che aveva manifestato l’intenzione di raggiungere l’area per una cerimonia legata alla posa simbolica di una pietra destinata, secondo il gruppo, a un futuro Terzo Tempio.
La possibilità che il gruppo entrasse nel complesso aveva suscitato forte preoccupazione tra i palestinesi. La Corte Suprema israeliana aveva però stabilito che la manifestazione non avrebbe potuto svolgersi sul Monte del Tempio. Secondo la ricostruzione successivamente realizzata da B’Tselem, la polizia aveva predisposto forze nell’area e migliaia di musulmani si trovavano nel complesso quella mattina.
Il progetto dei Temple Mount Faithful è importante per comprendere la tensione precedente agli scontri, ma non permette da solo di stabilire cosa abbia provocato la violenza. Proprio la successione degli eventi divenne immediatamente oggetto di ricostruzioni contrastanti.
Gli scontri dell’8 ottobre
Intorno alle 10:30 iniziarono gli scontri tra palestinesi presenti nel complesso e le forze israeliane. Pietre e altri oggetti furono lanciati contro gli agenti e verso l’area del Muro Occidentale sottostante. Un posto di polizia all’interno del complesso venne incendiato. La polizia e la polizia di frontiera risposero utilizzando gas lacrimogeni, proiettili di gomma e una grande quantità di munizioni vere. È quanto ricostruì anche B’Tselem nella propria indagine realizzata immediatamente dopo i fatti.
Gli eventi si protrassero per un periodo compreso tra una e due ore. La questione centrale divenne rapidamente l’entità della forza utilizzata dalla polizia israeliana e le circostanze nelle quali vennero impiegate munizioni vere contro la folla.
B’Tselem contestò diversi aspetti della condotta delle forze di sicurezza. La sua indagine si basò su testimonianze, materiale disponibile e sopralluoghi e concluse che durante gli eventi erano stati uccisi palestinesi e ferite centinaia di persone. Anche Al-Haq realizzò una propria ricostruzione attraverso oltre cinquanta interviste raccolte nei giorni immediatamente successivi. Entrambi i rapporti furono successivamente trasmessi al Segretario generale delle Nazioni Unite e allegati alla documentazione presentata al Consiglio di sicurezza.
Le versioni divergenti sull’inizio della violenza
Stabilire la sequenza precisa dei primi minuti risultò più difficile. Le autorità israeliane sostennero che la polizia fosse intervenuta dopo essere stata attaccata e che le pietre lanciate dal complesso avessero messo in pericolo agenti e persone raccolte presso il Muro Occidentale. Una commissione israeliana istituita dopo gli eventi attribuì una parte importante della responsabilità ai palestinesi presenti nell’area.
Le ricostruzioni palestinesi e quelle delle organizzazioni per i diritti umani contestarono parti di questa versione e concentrarono l’attenzione soprattutto sulla risposta delle forze israeliane e sull’utilizzo delle armi da fuoco.
Il rapporto successivo del Segretario generale delle Nazioni Unite riconobbe esplicitamente l’esistenza di opinioni contrastanti su ciò che aveva provocato gli scontri. Registrò però anche un elemento sul quale esistevano testimonianze raccolte da osservatori presenti sul posto, compreso personale del Comitato internazionale della Croce Rossa: munizioni vere erano state utilizzate contro civili palestinesi.
La distinzione è importante. L’esistenza di lanci di pietre e aggressioni contro le forze israeliane è documentata anche dall’indagine di B’Tselem. La controversia riguardò soprattutto la sequenza precisa degli avvenimenti, la necessità dell’impiego di armi da fuoco e la proporzionalità della risposta israeliana.
Il bilancio delle vittime
Anche sul numero dei morti le fonti dell’epoca non sono perfettamente coincidenti.
Il rapporto del Segretario generale registrò stime comprese tra 17 e 21 palestinesi uccisi e più di 150 feriti dalle forze di sicurezza israeliane. Segnalò inoltre più di venti civili e poliziotti israeliani feriti dai palestinesi.
B’Tselem allegò al proprio rapporto una lista di 17 persone uccise negli eventi dell’8 ottobre. La sua ricostruzione iniziale parlava invece complessivamente di 21 palestinesi morti e più di 200 feriti, mostrando come anche nelle indagini immediatamente successive fosse necessario distinguere tra morti sul posto, decessi successivi e vittime attribuite direttamente agli scontri nel complesso.
Il Consiglio di sicurezza scelse una formulazione più generale. Nella Risoluzione 672 parlò di oltre venti palestinesi morti e più di 150 feriti, comprendendo tra questi civili palestinesi e fedeli innocenti.
È questa la formulazione più appropriata quando si ricostruisce l’evento senza trasformare una discrepanza tra fonti contemporanee in una falsa certezza numerica.
La condanna del Consiglio di sicurezza
La reazione internazionale arrivò rapidamente. Il 12 ottobre 1990, quattro giorni dopo gli eventi, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò all’unanimità la Risoluzione 672.
Il testo espresse allarme per quanto avvenuto ad Al Haram al Sharif e negli altri luoghi santi di Gerusalemme e condannò in particolare gli atti di violenza commessi dalle forze di sicurezza israeliane che avevano provocato morti e feriti.
La risoluzione conteneva inoltre un passaggio giuridicamente e politicamente importante. Il Consiglio definiva Israele “occupying Power”, potenza occupante, e lo invitava a rispettare scrupolosamente gli obblighi e le responsabilità previsti dalla Quarta Convenzione di Ginevra nei territori occupati dal 1967.
La risoluzione venne approvata senza voti contrari o astensioni. Anche gli Stati Uniti votarono quindi a favore della condanna. Il Consiglio accolse inoltre la decisione del Segretario generale Javier Pérez de Cuéllar di inviare una missione nella regione per raccogliere informazioni e presentare un rapporto sugli eventi.
Israele rifiuta la missione delle Nazioni Unite
La missione prevista dalle Nazioni Unite incontrò però l’opposizione del governo israeliano. Israele sostenne di aver già istituito una propria commissione d’inchiesta e non consentì alla missione del Segretario generale di procedere secondo quanto previsto.
Il Consiglio di sicurezza reagì con una nuova risoluzione. La Risoluzione 673 deplorò il rifiuto israeliano di ricevere la missione e invitò il governo a riconsiderare la propria decisione. Anche questa posizione venne adottata all’unanimità.
Di conseguenza il Segretario generale non riuscì a ottenere direttamente sul posto informazioni indipendenti sugli eventi. Il suo rapporto dovette utilizzare documentazione proveniente da fonti differenti, compresi il rapporto della commissione israeliana e quelli elaborati da B’Tselem e Al-Haq.
Questa limitazione spiega anche perché alcune circostanze dell’8 ottobre siano rimaste oggetto di ricostruzioni differenti. Le Nazioni Unite poterono confrontare le fonti disponibili, senza condurre l’indagine sul terreno inizialmente prevista.
Al Haram al Sharif durante la Prima Intifada
Gli eventi dell’8 ottobre non furono isolati dalla situazione nei territori palestinesi occupati. Avvennero durante il terzo anno della Prima Intifada, quando le proteste palestinesi e la risposta israeliana avevano già prodotto un elevato numero di vittime.
Gerusalemme Est aveva inoltre una posizione particolare. Israele considerava la città unificata sotto la propria sovranità, mentre le Nazioni Unite continuavano a considerare Gerusalemme Est parte dei territori occupati nel 1967. La stessa Risoluzione 672 inserì gli eventi di Al Haram al Sharif nella questione dei territori occupati e richiamò esplicitamente l’applicabilità della Quarta Convenzione di Ginevra.
Il luogo degli scontri amplificò ulteriormente le conseguenze politiche. Al Aqsa possiede un’importanza religiosa che supera i confini della Palestina e qualsiasi violenza nel complesso ha inevitabilmente ripercussioni in numerosi Paesi musulmani.
L’8 ottobre 1990 mostrò quanto la disputa territoriale, il controllo israeliano di Gerusalemme Est e la dimensione religiosa potessero sovrapporsi nello stesso spazio.
Un episodio documentato anche dalle organizzazioni israeliane
Un aspetto particolarmente importante della documentazione disponibile è la presenza dell’indagine di B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani fondata l’anno precedente.
Il rapporto, significativamente intitolato Loss of Control, non negava il lancio di pietre contro le forze di sicurezza e verso il Muro Occidentale. Esaminava però la risposta della polizia, l’utilizzo delle munizioni vere, il comportamento dei comandanti e le circostanze nelle quali i palestinesi furono colpiti.
Al-Haq, organizzazione palestinese per i diritti umani, svolse parallelamente una propria indagine basata su decine di testimonianze. Le due ricostruzioni non erano identiche in ogni dettaglio, ma contribuirono a fornire al Segretario generale materiale indipendente dalle autorità israeliane.
La presenza di queste fonti permette di ricostruire gli eventi evitando una semplice contrapposizione tra la versione ufficiale israeliana e quella palestinese.
L’8 ottobre 1990 a Gerusalemme Est
Gli eventi di Al Haram al Sharif lasciarono dietro di sé oltre venti morti secondo la formulazione adottata dal Consiglio di sicurezza, più di 150 feriti palestinesi e decine di israeliani feriti dal lancio di pietre. La successione precisa dei primi momenti degli scontri rimase controversa, mentre l’impiego di munizioni vere da parte delle forze israeliane contro palestinesi venne registrato nelle testimonianze raccolte anche da osservatori presenti sul posto.
Quattro giorni dopo, il Consiglio di sicurezza condannò all’unanimità in particolare la violenza delle forze israeliane che aveva provocato morti e feriti e ribadì lo status di Israele come potenza occupante rispetto ai territori conquistati nel 1967. Quando il governo israeliano rifiutò di ricevere la missione prevista dal Segretario generale, il Consiglio intervenne nuovamente chiedendo che quella decisione fosse riconsiderata.
La ricorrenza dell’8 ottobre consente quindi di ricordare un episodio della Prima Intifada che ebbe una dimensione più ampia degli scontri avvenuti quella mattina. Al Haram al Sharif riuniva nello stesso luogo alcune delle questioni che accompagnavano l’occupazione iniziata nel 1967: il controllo israeliano di Gerusalemme Est, la condizione della popolazione palestinese, la protezione dei luoghi santi e l’applicazione del diritto internazionale nei territori occupati. Furono proprio questi elementi a portare il Consiglio di sicurezza a intervenire con una delle condanne più nette rivolte alle autorità israeliane durante gli anni della Prima Intifada.
















