Calciosociale: cambiare le regole del calcio per cambiare quelle del mondo

I romani lo chiamano Serpentone, alcuni giornalisti lo hanno addirittura definito incubo urbano. Gli abitanti di Corviale, però, stanno facendo di tutto per superare pregiudizi e stereotipi sul luogo in cui vivono.
Fra i numerosi progetti di riqualificazione di questo microcosmo di umanità e cemento, vi è il Campo dei Miracoli. In questo spazio, nel 2009, ha preso vita il progetto Calciosociale. Un progetto sportivo all’insegna del rispetto, dell’inclusione e dell’impegno civile.

Il contesto

Seimila anime e due chilometri di acciaio e cemento armato.
Corviale, periferia sud-ovest di Roma. Qui, nel 1975, fu avviata una mastodontica e ambiziosa opera di edilizia pubblica. L’obiettivo era quello di creare una realtà autonoma e all’avanguardia. Una realtà a misura di persona, fatta di teatri, biblioteche, scuole, mercati e molto altro. Dove condivisione e armonia sociale potessero prevalere sull’individualismo.

I ritardi nei lavori e il fallimento di una delle aziende costruttrici determinarono, purtroppo, l’insuccesso del progetto (di fatto mai portato a termine).
Seguirono decenni di abusivismo e isolamento dalla città.
Da una decina di anni a questa parte, però, gli abitanti di Corviale stanno riscrivendo la storia.

Le regole del Calciosociale

Calciosociale nasce, in realtà, nel 2005 nel quartiere Monteverde. Quattro anni dopo il progetto viene preso per mano da una comunità di persone che si stabilisce a Corviale, rigenerando spazi lasciati all’incuria e alla criminalità.

Dal punto di vista sportivo le squadre che partecipano ai campionati, composte da donne e uomini di ogni età, provenienza, fede religiosa e condizione psichica e fisica, sono tutte dello stesso livello.
Ogni giocatore, infatti, riceve un coefficiente tecnico (un voto da 1 a 10) che consente di formare squadre perfettamente equilibrate.

Un’altra regola stabilisce che un giocatore non può segnare più di tre gol a partita. Piuttosto, deve aiutare gli altri a segnare. È previsto, inoltre, un cambio ogni cinque minuti: tutti giocano, tutti sono titolari.

I rigori vengono battuti dal giocatore meno forte della squadra e, infine, non è prevista la figura dell’arbitro. Per essere precisi, gli arbitri sono gli educatori (e capitani) delle squadre, i quali, in caso di situazione dubbia, dovranno per forza prendere una decisione condivisa. Altrimenti il gioco non ripartirà.

Il campionato di Calciosociale prosegue fuori dal campo

I campionati, infatti, prevedono un incontro di 90 minuti – chiamato Novantesimo Pensiero – in cui una squadra racconta all’altra il personaggio o l’argomento di cui porta il nome.

I nomi delle squadre fanno parte del tema generale del campionato.
Se ad esempio il tema è la Costituzione, ogni squadra parlerà di lavoro, uguaglianza, diritti e così via. E lo farà portando canzoni, video, poesie ecc.
Questi incontri valgono per le squadre la bellezza di 4 punti. Sono 2, invece, quelli che si ottengono vincendo sul rettangolo di gioco.

Una risposta all’odio

Una delle iniziative più belle realizzate dai volontari è senza dubbio Radio Impegno.
Si tratta di una radio che va in onda esclusivamente di notte – da mezzanotte alle 8:30 – nata in risposta all’incendio che nel 2015 fu appiccato per distruggere il Campo dei Miracoli.
Anziché dare una risposta di tipo securitario (vigilantes, telecamere…), si decise di presidiare il luogo offrendo altra cultura e raccontando i tanti progetti che ruotano intorno al Calciosociale.

A differenza del calcio normale, dove vince chi ha più soldi, nel Calciosociale vince solo chi custodisce. Chi custodisce la giustizia, l’uguaglianza, la democrazia e la partecipazione.
Massimo Vallati, Fondatore Calciosociale

Simone Rosi

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