Cos’è il caso Epstein e cosa c’entrano Trump, Anonymous e Naomi Campbell

Intanto Trump si è rifugiato nel bunker della Casa Bianca per sfuggire a eventuali attacchi

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Il caso Epstein era scoppiato ad agosto dello scorso anno, aveva sollevato un polverone e, come tutti i polveroni, aveva trascinato con sè alcuni nomi importanti, per poi ridimensionarsi e tornare nella cartella “Scandali vari” di FBI e redazioni giornalistiche. Ieri però Anonyomous, la famosa organizzazione di hacker, ha promesso che rivelerà alcuni nomi importanti implicati in questa storia terribile, confusa e inquietante.





Partiamo dal principio: chi è Jeffrey Epstein? O meglio chi era? Jeffrey Edward Epstein era un miliardario americano, nato a New York nel 1953. Aveva conoscenze molto importanti nella politica mondiale, nel mondo della finanza e dell’intrattenimento. Aveva lavorato per banche di investimenti e aveva fondato importanti società, ma è famoso per essere stato anche altro: Jeffrey Edward Epstein, infatti, era un pedofilo. Nel suo appartamento di Manhattan o sulla sua isola alle Virgin Islands, per anni ha organizzato festini con minorenni. Si sfogava spesso con le persone a lui vicine, sostenendo che la criminalizzazione del sesso con le adolescenti fosse il vero scandalo: “un’aberrazione culturale”, secondo lui.



La prima condanna

Lo scandalo era già scoppiato nel 2005. I genitori di una ragazza di 14 anni avevano  denunciato il miliardario per molestie: questa era stata la miccia del caso Epstein. A questa denuncia ne erano seguite altre 35, raccolte dalla polizia di Palm Beach. A Epstein non era restato che ammettere le sue responsabilità: nel 2008 quindi era stato condannato a 13 mesi di custodia con permesso di rilascio per motivi lavorativi. Una condanna piuttosto blanda, bisogna dirlo.

Il nuovo scandalo

Il 6 luglio dello scorso anno, la polizia federale ha di nuovo bussato alla porta di Epstein. Il miliardario c’era ricascato, a quanto pareva: traffico di minori tra Florida e New York. Il magistrato che aveva firmato la prima e a dir poco soffice condanna, Alex Acosta, intanto, era diventato ministro del Lavoro del governo Trump. L’effetto domino dello scandalo lo costrinse alle dimissioni. Questa volta a far partire le indiagini era stata Virginia Roberts Giuffre, una massaggiatrice assunta da Epstein, per poi diventare un’effettiva “schiava del sesso” negli incontri che il finanziere organizzava con gli amici potenti di tutto il pianeta. Ecco: prendiamo l’espressione “amici potenti” e teniamola a mente.  Perché di Epstein dobbiamo dire ancora solamente una cosa: cioè che, finito in manette, si è suicidato in cella ad agosto del 2019.



I misteri sulla morte

Fin da subito, in molti hanno iniziato a nutrire dei dubbi sulla natura della morte. Tre settimane prima del suicidio nel Metropolitan Correctional Center di New York, Epstein era stato trovato privo di sensi in cella. Soccorso, aveva sostenuto di avere subito un’aggressione dal suo compagno di cella, in attesa di processo, come Epstein stesso. I responsabili del carcere sospettavano però che avesse tentato il suicidio e lo affidarono alla cosiddetta “guardia suicida“, un particolare sistema di sorveglianza per impedire che i detenuti commettano atti autolesionistici. Sei giorni dopo, l’amministrazione del carcere cambiò idea: Epstein venne collocato in un’altra cella con un altro detenuto. Una guardia, in teoria, avrebbe dovuto controllare la cella ogni mezz’ora.

Queste procedure, però, non furono quelle della notte tra il 9 e il 10 agosto 2019. Il compagno di cella venne trasferito e Epstein non venne controllato: i secondini, a quanto pare, si addormentarono e lo lasciarono incustodito per circa 3 ore, falsificando i verbali del carcere. Anche le due telecamere poste di fronte alla sua cella, inspiegabilmente, non funzionarono. Epstein venne trovato morto quella stessa notte. Il procuratore generale Barr definì la morte “un apparente suicidio”, senza altre decisioni a seguire. L’autopsia del giorno seguente parlò di morte a seguito della rottura di alcune ossa del collo, un evento possibile nei suicidi, ma più frequente nei casi di omicidio tramite strangolamento.

Gli amici potenti

Il caso Epstein è diventato, come spesso succede, un filone molto seguito anche dall’industria dell’intrattenimento mondiale. Gli elementi per un prodotto col botto ci sono tutti: lo scandalo sessuale, i soldi, i nomi importanti, la morte in circostanze sospette. Sono stati prodotti molti speciali e documentari che cercano di ricostruire le circostanze della morte e che alludono a un possibile omicidio. Commissionato dagli “amici potenti”, ricordate?

Per molti le cause della morte di Epstein, sono da ricercare in un misterioso libretto nero che il maggiordomo Alfredo Rodriguez aveva tenuto. Nomi e contatti. Ma non nomi e contatti qualsiasi. La lista  era già stata pubblicata nel 2015, a seguito di un furto venuto a casa di Epstein. Un altro elenco interessante è sicuramente il registro di volo dell’aereo privato di Epstein, il Lolita Express. Su questo, il finanziere faceva viaggiare gli amici per portarli nella sua isola dei Caraibi.

La lista e il libretto nero

La lista è impressionante, lunghissima e bipartisan. Ci sono contatti, indirizzi e mail di personaggi come Woody Allen, Kevin Spacey e Bill Cosby. C’è Mick Jagger e c’è pure il principe Andrea d’Inghilterra, già travolto dallo scandalo qualche tempo fa. E poi ancora: Tony Blair, Michael Bloomberg, Richard Branson, Rupert Murdoch, Henry Kissinger e Ted Kennedy. C’è Bill Clinton. Ma c’è anche Trump. Nel black book e nel registro di volo non mancano nomi italiani: Giuseppe Cipriani, fondatore dell’Harry’s Bar morto nel 1980, Andrea Bonomi, finanziere coinvolto nello scandalo dei Panama Papers, e Flavio Briatore insieme all’allora fidanzata Naomi Campbell. E’ una lista che non dice apparentemente nulla, sia chiaro: dice solo che queste persone hanno frequentato le case e condiviso i viaggi di Epstein. Racconta solo di una vicinanza ambigua tra una persona che era nota per organizzare festini a base di droga e sesso con minorenni, e personalità di fama mondiale. Insomma, la teoria sostenuta da molti è che qualcuno, tra questi amici potenti e ingrati, abbia pensato di mettere a tacere Epstein per sempre. Qualcuno sostiene che sia implicato lo stesso Trump. Il libretto, senza Epstein, non prova però nulla, a voler fare i precisini e i garantisti.

 

E Anonymous?

Anonymous in questi giorni ha pubblicato alcuni video e tweet la cui parola chiave è “impunità“. Ha collegato il caso Epstein alle proteste che stanno infuocando gli Stati Uniti, al grido di Black Lives Matter. Il movimento di hacker sostiene infatti che Epstein, i suoi amici potenti e i poliziotti violenti agiscano in modo criminale e ingiusto perché certi di un’impunità garantita dal sistema per le loro categorie privilegiate di  ricchi e protetti. Anonymous ha pubblicato quindi dei video diretti al presidente Trump stesso, che nel frattempo si sarebbe nascosto in un bunker antiaereo, per proteggersi dagli attacchi dei manifestanti accalcati fuori dalla Casa Bianca, le cui luci sono state spente. L’organizzazione di hacker, intanto, ha messo ko alcuni siti dei dipartimenti di polizia delle principali città toccate dalle proteste e non sembra volersi fermare qui: promette di pubblicare prove importanti sui legami tra Trump ed Epstein e sul suo ruolo nell’omicidio di quest’ultimo.

La situazione è ogni ora più tesa e drammatica: Trump risponde dicendo che organizzazioni come ANTIFA saranno considerate terroristiche e continua a twittare a proposito di fake news, presunti ruoli di grandi testate nel diffondere disinformazione ai suoi danni e nello spargimento della violenza, dando la colpa di tutto, ovviamente, anche ai democratici. Biden intanto è in volata, ma la situazione è talmente esasperata da rendere inutile ogni previsione sulle eventuali ripercussioni elettorali della violenza.

#dcblackout

Nelle prime ore della giornata di lunedì 1 giugno, la città di Washington sembra essere stata presa d’assalto dai manifestanti e su Internet ha iniziato a circolare l’hashtag #dcblackout. Alcuni utenti sostengono che la rete sia stata messa fuori uso per impedire la circolazione di immagini e testimonianze in merito alle proteste. L’organizzazione di Anonymous, però, ha invitato alla calma: sembra che il clima generale di panico sia favorito per scoraggiare future proteste. Al momento non risultano prove di manifestanti uccisi e non sussistono argomenti a sostegno di un’interruzione prolungata di Internet da parte delle autorità. 

Elisa Ghidini

 

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