COP27: a parte il clima, cosa sta cambiando?

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La conferenza sul clima ha confermato gli obiettivi di Glasgow per i tagli alle emissioni di CO2. Ora i dibattiti si concentrano sui fondi destinati agli Stati poveri per la transizione, ma ci sono nuovi protagonisti a dettare le regole.

Il nostro pianeta sta raggiungendo un punto di non ritorno, che renderà il caos climatico irreversibile […] L’umanità deve scegliere se cooperare o estinguersi.

Le parole di Antonio Guterres, pronunciate nel suo discorso alla COP27, danno un’idea non solo di quanto il cambiamento climatico sia diventato un’emergenza a tutti gli effetti, ma anche degli scarsi risultati che le nazioni hanno ottenuto per contrastarlo. E mentre i negoziati proseguono India, Cina e Brasile emergono come gli attori principali di un mondo in cambiamento, assumendo atteggiamenti diversi sia nei confronti del clima che della comunità internazionale.

I grandi assenti della COP27

Cina e India sono i due principali responsabili dell’inquinamento. Secondo l’IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia), le loro quote costituiscono circa la metà delle emissioni globali, superando di molto quelle di Stati Uniti ed Unione Europea. Per questo motivo l’opinione pubblica ha giudicato negativamente l’assenza di Xi Jinping dal vertice dei leader. Per molti dimostrerebbe indifferenza verso quei paesi che, pur non essendo grandi inquinatori, subiscono gli effetti del riscaldamento globale. Ne sono un esempio la regione africana del Sahel, colpita da un’estrema siccità e il Pakistan, dove a settembre forti alluvioni hanno provocato la morte di quasi duemila persone e ne hanno sfollate oltre trenta milioni.

La promessa della Cina di raggiungere la carbon neutrality entro il 2060 contrasta con i provvedimenti, presi dall’inizio del 2022, che hanno permesso alle sue centrali a carbone di incrementare la loro capacità. Ma i problemi non finiscono qui: Pechino infatti investe soldi in Africa nelle filiere della soia, una coltura che non porta benessere alle economie locali ed è destinata unicamente all’esportazione; i fagioli poi vengono usati non per il consumo umano, ma come mangime per gli allevamenti intensivi di maiali.

Qual è la giustificazione del Dragone di fronte alla comunità internazionale? Semplice, essere considerato come un paese in via di sviluppo. Infatti gli accordi di Parigi del 2015 prevedevano che i paesi ricchi si sarebbero impegnati a ridurre le loro emissioni, mentre gli altri erano solo incoraggiati a seguirne l’esempio. È un punto di vista che ormai non vale più. Il mondo dovrebbe riconoscere la Cina come superpotenza e attribuirle le sue responsabilità; se vogliamo collaborare per fermare l’inquinamento, le promesse non bastano.

Loss and Damage

L’India vive una situazione diversa: è uno dei Paesi più inquinanti, ma anche uno di quelli che più soffre le conseguenze del cambiamento climatico. Secondo uno studio pubblicato su Science Advances le ondate di caldo uccidono sempre più persone di anno in anno, e non mancano inondazioni simili a quelle che hanno colpito il Pakistan. Nonostante il primo ministro Narendra Modi non fosse presente alla COP27, il Paese ha avuto un ruolo fondamentale nella conferenza, sostenendo l’approvazione del fondo Loss and Damage. Si tratta di un deposito destinato ai paesi particolarmente vulnerabili ai danni climatici, che si andrebbe a sommare a quello da 100 miliardi di dollari l’anno creato nella COP15. Tuttavia, sorgono spontanee due domande.

Innanzitutto, i Paesi occidentali rispetteranno l’impegno? Come sappiamo, l’obiettivo del fondo precedente non è ancora stato raggiunto: la cifra versata in media ogni anno risulta di 80 miliardi di dollari, e non 100. E poi, quanto ha senso organizzare dei risarcimenti senza risolvere il problema alla base? Durante il summit, non sono state poste nuove limitazioni alle emissioni di anidride carbonica. Rimangono gli obiettivi della COP26 di Glasgow, ma per preservare veramente il clima servono decisioni più ambiziose. Una soluzione potrebbe essere estendere il sistema ETS dell’Unione Europea a livello globale. In questo modo i paesi emergenti acquisterebbero quote di CO2 da quelli sviluppati, inquinando al loro posto ma rispettando sempre un tetto massimo di emissioni.

Applicare delle soluzioni implica però un cambio di mentalità. Il confronto tra India e paesi occidentali, simile a quello avvenuto tra Cina e UE al G20 di Bali, sembra più incentrato a scambiarsi accuse e a pretendere soldi su soldi, piuttosto che concentrarsi su una vera collaborazione.

Standing ovation per Lula

Senza dubbio, il vero protagonista della COP27 rimane il presidente eletto del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva. Nel suo discorso ha ripreso il tema dei fondi Loss and Damage, ma soprattutto ha portato nuove proposte sul tavolo dei negoziati. Ha parlato di una nuova alleanza per combattere la fame nel mondo, e ha proposto di ospitare la prossima conferenza per il clima nello stato dell’Amazzonia; una scelta simbolica, con la quale vuole prendere le distanze dal suo predecessore Bolsonaro. Durante il mandato dell’ex presidente infatti la deforestazione è più che raddoppiata, colpendo una delle zone con la maggiore biodiversità al mondo. Queste le sue parole:

Sono qui oggi per dire che il Brasile è pronto a unire ancora una volta gli sforzi per costruire un pianeta più sano. Un mondo più giusto, capace di accogliere degnamente tutti i suoi abitanti – e non solo una minoranza privilegiata.

Il Brasile ritorna dunque sulla scena internazionale, abbandonando l’isolazionismo che lo aveva caratterizzato negli ultimi anni. In direzione opposta alla Cina, che assume caratteri sempre più imperialisti (sia sul piano economico che su quello militare). La campagna di Lula, che si è incentrata soprattutto sulla lotta alla povertà e sulla inclusione degli indigeni americani nella società, dà un altro segnale positivo al mondo. E in un momento storico in cui il confronto tra paesi occidentali e autocrati ha raggiunto i suoi massimi, mostra un’apertura al dialogo da cui tutti i governi dovrebbero prendere esempio.

Lorenzo Luzza

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