In direzione ostinata e contraria, approdando a Berlino Est.

Foto di Ilaria Piromalli
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Berlino, il valore della memoria

Sono trascorsi cento anni da quando una Rivoluzione, nel Febbraio 1917, conclusa poi in Ottobre, prese piede nel grande impero russo. L’impero dei zar, dei conflitti politici, della disgregazione sociale ed economica, della differenziazione estrema tra classi sociali, della guerra civile.

Berlino, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, era una città distrutta dai bombardamenti, ma ben presto fu l’inesorabile risvolto della storia, dei conflitti umani e delle idee a rigirare il coltello in una ferita ancora aperta.

Da città distrutta gli venne conferito anche il titolo di città divisa, assumendo sempre più le sembianze di quella cortina di ferro tra la zona di influenza sovietica e la zona di influenza statunitense di cui Winston Churchill in un lungo discorso tenuto il 5 marzo 1946 a Fulton, nel Missouri, aveva parlato.

Il 9 novembre 1989, con il crollo di quel Muro fatto costruire dalla Repubblica Democratica Tedesca, Berlino fa crollare l’idea che la Rivoluzione di Ottobre aveva celebrato. L’idea che ha appassionato per un secolo pensatori, scrittori, economisti, giuristi, politici e semplici comuni cittadini.

Berlino Est, nella sua dominazione comunista, era un covo di esuli privati della loro essenza, che straziati dal regime, aspettavano arrivasse loro l’autorizzazione a lasciare quel fronte desolato, che tentavano la fuga, che il 9 novembre 1989 distrussero con rabbia e gioia insieme il muro della divisione e dell’ipocrisia, festeggiando l’inizio di una nuova era.

Il Muro di Berlino è crollato 27 anni fa, ma ricordarne il significato, in una fase storica come questa e nell’anno dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, risulta essenziale.

I muri sono dietro l’angolo. Il ruolo dell’informazione è sopperire ove le “voci potenti”, le “lingue allenate a battere il tamburo, adatte per il vaffanculo” come scrive ne “La domenica delle salme”, Fabrizio De André, anziché essere uno strumento di coscienza sociale, continuano ad accompagnare semplicemente la bara del “defunto ideale”.

Foto di Ilaria Piromalli

Berlin Calling

Decollo, volo, atterro: Berlino.

Foto di Ilaria Piromalli

Salgo sul treno in direzione Berlino Est, alla volta dell’inaspettato che un po’ di aspettative dentro le cova, e prim’ancora di prendere le cuffie, è la chiusura delle porte a suggerirmi cosa ascoltare: Train, Paul Kalkbrenner.

“È tutto vero allora”. Con le cuffie alle orecchie mi guardo intorno. Il posto sempre accanto al finestrino, perché un viaggio è innanzitutto lo scorrere dei panorami capaci di regalare un’emozione.

Lungo le stazioni superate una distesa di alberi spogli e cumuli di neve ancora ammassati ai lati contrastano con le voci calde di due ragazzi seduti poco più in là: birra alla mano, abbigliamento primaverile e l’aria di chi si è ritrovato dopo tanto tempo.

Uno di loro si alza e scrive sui finestrini appannati “Graffiti is back!”. Con aria divertita i due continuano a chiacchierare sonoramente e far foto.

Mi ritrovo a pensare che Berlino è un po’ questo, un caldo ritrovo che scioglie il gelo del tempo e della storia.

Foto di Ilaria Piromalli

Arrivo a Warschauer Strasse, a due passi da me l’East Side Gallery. Inferriate e scritte ovunque. Berlino Est è il luogo di chi ha osato mettere del colore ove il grigio e le infrastrutture minimal hanno dominato per così tanto tempo.

Il colore dell’arte di strada, dei disegni e delle scritte uscite fuori da una bomboletta spray, degli adesivi attaccati su ogni singola inferriata e su di ogni singolo bidone. Pura creatività e quello stimolo che vuole osare, ostentare e imporsi su ogni forma di repressione esistente. Che non piega la testa di fronte a nulla, o quanto meno che non vuole più scendere a compromessi, con nessuno.

L’odore di curry e fritto domina il percorso. Poi chi beve, chi mangia, chi piscia agli angoli delle inferriate, chi vomita vicino un bidone. E ancora chi lascivo si avvicina e sussurra “Hashish, Heroin, Md, Lsd…?”

Sono le 11 di sera, ma Berlino è la città che non dorme mai. Degli after che terminano alle 10 del mattino talvolta, ma che al Berghain vanno avanti tutto il giorno. Ed è subito sera, di nuovo.

Foto di Ilaria Piromalli

Il beat vibrante della città ti coglie subito oltre la distesa di palazzoni squallidi e di insegne da ghetto, ma sei troppo stanca da resistere alla sua adrenalinica tentazione. Così, un passo per volta, raggiungo quella che da lì a qualche giorno sarà la mia casa, nel cuore di un quartiere che ha conosciuto l’essenza della repressione, a soli due passi dalla libertà che scorreva lungo la Sprea, il fiume che percorre la città.

“Te quiero mi amor” grida un punkabbestia sul mio stesso tragitto. Il volto tatuato, i pearcing ovunque e degli abiti che su un corpo smilzo risultano molto più grandi di quel che in realtà sono.

Nella vivida immagine di una città che sin dall’inizio sembra già diversa da qualunque altra, faccio mia la sensazione che probabilmente sono anche i suoi abitanti a renderla tale.

E lì, a Berlino Est, oltre gli uffici e le grandi banche che riempiono il centro, chi in un qualsiasi altro luogo sarebbe ai margini, ostenta quella diversità facendone un tratto caratteristico, se non unico.

Forse è vero che non conta ciò che sei. Però ho come l’impressione che in questo caso conti di più chi mostri di essere.

Da lì a poco ne avrei avuto la certezza.

Attraverso la storia

Foto di Ilaria Piromalli

Con Blue Orchid dei White Stripes in testa, e la voce di Jack White che trapana, mi avvio verso Alexanderplatz.

La Torre della Televisione è la prima immagine che mi si para davanti. La nebbia fitta ne nasconde la cima. La struttura sembra tuttavia ricordare l’aria austera e severa che vedevo in Lenin nei libri di storia. Ed è come se mi trovassi di fronte ad una foto in bianco e nero: tutt’intorno una scala di grigi.

Superata l’Urania Weltzeituhr, l’orologio che indica attraverso 24 estremità il fuso orario in tutto il mondo, con la sua rosa dei venti centrale e il suo cuscinetto a sfere, motore del sistema, mi ritrovo di fronte a uno spazio semivuoto riempito sullo sfondo da p

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alazzoni e giganti pannelli su cui sono affissi i nomi delle grandi marche.

Ho la sensazione di trovarmi in un cantiere aperto, in un posto ibrido, che abbina alla fredda concezione strutturale stalinista il conformismo dei cartelloni pubblicitari. Non un’emozione, quasi il vuoto.

Scaccio via l’idea che non vi sia identità in quell’agglomerato di cemento e proseguo verso Ovest. Percorrendo la Sprea, dopo un parco cosparso di nevischio, maestoso si innalza il Duomo.

Alla sua sinistra il colonnato che racchiude i maggiori musei. La cartolina di uno dei punti più belli di Berlino.

Foto di Ilaria Piromalli

 

Foto di Ilaria Piromalli

Accolgo dentro di me quell’immagine, la inquadro, la osservo con attenzione. Ne scruto ogni singolo dettaglio dal suo angolo migliore. Accarezzata dalla brezza invernale e illuminata da un cielo grigio perla, noto gli ancora evidenti segni dell’incendio che ne martoriò la struttura.

Non sono state solo le divisioni ad umiliare Berlino in fondo. I segni della guerra sono semplicemente stati ben nascosti da un dramma più grande, che ha decostruito, a tratti, un’anima viva.

Quasi risollevata da quell’immagine di grande bellezza continuo la mia passeggiata verso la Porta di Brandeburgo.

È celebre l’immagine della Porta dove i sovietici eressero il muro, dove stesero le loro bandiere affinché il presidente Kennedy non potesse guardare ad Est durante la sua visita, dinanzi alla quale la supplica del presidente Ronald Raegan fu pronunciata a che quel segno di profonda divisione venisse abbattuto. “Tear down this wall”, disse, “Tear down this wall”.

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“Accogliamo con favore il cambiamento e l’apertura, perché crediamo che la libertà e la sicurezza vadano di pari passo, che il progresso della libertà umana non può che rafforzare l’obiettivo della pace nel mondo. C’è solo un’ineccepibile azione che i sovietici possono fare, che farebbe progredire notevolmente la libertà e la pace. Segretario generale Gorbaciov, se davvero vuole la pace, se vuole la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa orientale, venga qui a questa porta. Gorbaciov, apra questa porta. Gorbaciov, Gorbaciov, butti giù questo muro!”

Quando nel novembre 1989 il Muro di Berlino venne abbattuto, i tedeschi dell’Est celebrarono la loro libertà attraversando la Porta.

Penso che architettonicamente ho visto luoghi più belli, eppure una sensazione corre lungo la schiena. La carica emotiva che alcuni monumenti si portano dietro non si ferma alla superfice. Penso alle immagini di ciò che è stato, di quello che poteva continuare ad essere e di quello che per fortuna non è e mi perdo nella bellezza dell’istante di libertà che alcune foto sono riuscite ad immortalare.

Foto di Ilaria Piromalli

Il popolo è il motore del cambiamento e l’assenza di un muro lì davanti ne è la dimostrazione.

Da lì il mio cammino prosegue verso il Checkpoint Charlie.

L’antico posto di blocco posto al confine tra Berlino Est e Berlino Ovest conserva ben poco di ciò che è stato, se non il suo storico cartello e la vecchia guardiola.

Al posto delle immagini che la storia ha lasciato, il corso, sul lato destro e sul sinistro, festeggia il liberismo edonista.

Carl Schmitt, pensatore e giurista tedesco, sosteneva che l’idea di Occidente fosse stata in realtà propugnata dagli americani. Una giustificazione fittizia all’economia di mercato, alla massificazione del popolo, che perdeva i suoi tratti caratteristici e diventava il perfetto specchio della produzione in scala.

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Il liberalismo, per Schmitt, è impersonale, astratto, distante e ben presto si sarebbe allontanato dagli individui per autocelebrarsi. Eppure Carl era quanto ci fosse di più distante dal comunismo: un’inguaribile conservatore.

La vittoria del capitalismo e il crollo del muro delle illusioni lasciano spazio a un panorama desolante, di abiti low cost e panini a 1,90 €, sullo sfondo di un cartellone di confine.

“You are leaving the american sector”.

È qui che inizio a maturare l’idea che qualsiasi idea pronta a reprimere l’individuo sia un muro posto dinanzi alla porta del progresso.

 

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Non muri, ma ponti

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Di fronte la stazione di Ostbahnhof, nel quartiere di Friedrichshain, si eregge l’East Side Gallery, o come comunemente lo si chiama, ciò che rimane del vecchio Muro di Berlino.

Il muro non è maestoso. Abbandonate l’idea di un sistema di fortificazioni immane. Tuttavia quando in quella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 iniziò la sua costruzione, venne messo in piedi un vero e proprio recinto al di fuori del quale non era possibile uscire.

La motivazione fittizia era quella di una protezione contro l’avanzata dei mali passi del capitalismo e dai possibili attacchi dell’Occidente. In realtà si voleva semplicemente limitare l’emigrazione verso Ovest, ove altro sistema per il regime non era possibile.

Un recinto per uomini ridotti a carne da macello.

Foto di Ilaria Piromalli

Il simbolo concreto della cortina di ferro, e cemento, fu migliorato negli anni, controllato da carri armati e cecchini.

Forse per capire il valore di quella passeggiata bisognerebbe ricordare i nomi di chi, nel tentativo di fuga, è morto lungo la denominata “striscia della morte”. Per avere semplicemente voluto tentare di saltare oltre quella recinzione ricca di odio e repressione e andare nella direzione della libertà.

Una libertà opinabile, ma quanto meno non protetta da un filo spinato.

Quello che rimane oggi del muro sono 1,3 km ricchi di arte al servizio dell’intolleranza e di qualsiasi forma di repressione. Non era giusto abbatterlo totalmente, era giusto invece che rimanesse un simbolo di ciò che è stato. Esattamente come era giusto che questo diventasse un’opera al servizio della libertà di espressione, che solo l’arte, con la sua potenza espressiva, può raccontare.

Vedere un corpo di murales senza sapere cosa è avvenuto, probabilmente non ha alcun valore. Credo sia giusto dirlo, e sia ipocrita non ammetterlo.

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Lungo la passeggiata, mi guardo a destra e a sinistra. Le opere sono bellissime, ma andando avanti la claustrofobia ha il sopravvento: improvvisamente quel cielo grigio perla non è più allietante, sembra chiuderti tutto intorno, sopraffarti. Poi uno spiraglio, la Sprea sulla destra.

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Il corso d’acqua è un rifugio, è un attimo di libertà. Lo stesso che tanti cittadini fino a quel novembre del 1989 non hanno potuto provare. E allora cogli il senso della tragedia.

Il valore dell’idea è intangibile, ma tuttavia diventa vuoto ogni qual volta reprime la libertà individuale. Difendere un’idea, un popolo, una nazione, un principio, una possibilità è cosa lodevole. Tuttavia farlo esercitando odio, intolleranza, rancore non è altro che una forma di repressione della nostra stessa libertà, della nostra stessa vita.

È stato pubblicato, nel 2009, un libro di racconti per bambini. Il titolo è “1989”, una data non scelta a caso, e i suoi artefici sono tra i migliori scrittori contemporanei. A. Camilleri, E. Barceló, H. Böll, D. Daeninckx, M. Frisch, J. Kratochvil, L. Petruševskaja, I. Schulze, O. Tokarczuk, M. Vamós.

Le storie riscoprono l’importanza dell’immaginazione, distrutta da diffidenza, egoismo, paura, odio. I sentimenti alla base di quei muri astratti che ogni giorno, nonostante quel 1989, continuiamo a costruire, in una fase in cui talvolta qualche politico minaccia di costruirlo davvero.

A volte è più facile credere che un muro risolva dei problemi. È più difficile pensare che un ponte sia l’unica prospettiva possibile a che si possa vivere in un mondo migliore. Provate a leggere “L’uomo che aveva paura del genere umano” di Andrea Camilleri, provate a credere nella libertà individuale.

Foto di Ilaria Piromalli

E se non dovesse bastare, provate ad andare al Tranenpalast, anche noto come Palazzo delle Lacrime.

Non è uno di quei musei in cui rimanere a bocca aperta è una prerogativa, ma probabilmente, non è necessaria la Sindrome di Stendhal per uscirne con una lacrima e vera commozione.

Il Tranenpalast, collocato accanto alla stazione di Friedrichstraße, è l’edificio che venne utilizzato dalla SED fino al 1990 per i controlli a coloro i quali lasciavano la DDR per Berlino Ovest. Il nome di Palazzo delle Lacrime deriva da questo: fu un luogo di addio per famiglie, per parenti, per amanti, per amici.

Foto di Ilaria Piromalli

Il museo ripercorre il percorso che chi lo stava attraversando doveva fare. Ne ripercorre la paura, i timori, i sentimenti che quell’esperienza di confine, fino al 1989, un popolo fu costretto a provare.

All’ultimo pannello di quel triste racconto, i video dell’abbattimento del muro sono la chiave di volta della verità.

Primo Levi scriveva che “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate”. Primo Levi che conobbe la forma più subdola dell’intolleranza.

Al Tranenpalast io ho colto il senso di un viaggio iniziato con grandi aspettative e che probabilmente mi ha lasciato più di quanto potessi chiedere.

All’interno del Tranenpalast.

Dai tristi palazzoni di Alexanderplatz, passando per la Torre della Televisione, al Checkpoint Charlie, fino ad arrivare alla Porta di Brandeburgo, passeggiando per l’East Side Gallery, per approdare infine al Palazzo delle Lacrime, ai 100 anni dalla Rivoluzione di Ottobre, si riscopre come il valore di un’idea si misuri sulla base dei ponti che riesce a costruire, non dei muri che promette di dare.

Ilaria Piromalli

 

 

 

 

 

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