Come è cambiata la vita delle donne afghane nell’ultimo anno?

Sono lontani i giorni di agosto in cui i giornali e i telegiornali tracimavano di aggiornamenti sull’Afghanistan: a quasi cinque mesi dall’insediamento del governo talebano, le notizie da Kabul arrivano sporadiche e, ormai, rassegnate, mentre l’Occidente fa spallucce e si autoassolve con laconici “È andata così”.





A subire le conseguenze più gravi del ritorno al potere dei talebani, non c’è da stupirsi, sono le donne afghane che, fin da subito, hanno visto chiudersi il ventaglio dei loro diritti. Ultimo in ordine di tempo il divieto introdotto la scorsa domenica: il governo ha stabilito che le donne non potranno più percorrere distanze superiori ai 72 chilometri in auto senza un accompagnatore uomo.  La norma ricalca quella in vigore durante il primo regime talebano, tra il 1996 e il 2001, quando le donne non erano autorizzate a uscire di casa senza un maschio guardiano, il cosiddetto maharram.

Un Paese fuori dalle statistiche

I dati ufficiali mondiali sono ancora troppo prematuri per registrare il peggioramento nella condizione femminile avvenuto in questi ultimi sei mesi. L’ultimo Global Gender Gap Report, che classifica i paesi in base al rispetto dei diritti delle donne, risale al mese di marzo, quando ancora il cambiamento politico non era intervenuto al vertice del Paese. Bisogna comunque considerare che, già nelle rilevazioni precedenti, l’Afghanistan risultava già in ultima posizione su 156 Paesi analizzati, con un punteggio di 0,444 su 1000 per quanto riguarda l’uguaglianza di genere.  A pesare erano soprattutto le pratiche previste nelle zone rurali in reazione a eventuali adulteri: per le donne infatti era già prevista la lapidazione, decretata dai capi tribù, o la reclusione, introdotta dal codice afghano del 1976 e riconfermata con le modifiche del 2001.

Le prime promesse

Pochi giorni dopo il 15 agosto, data del ritorno dei Talebani al potere, il loro referente politico aveva dichiarato ufficialmente che nel suo governo ci sarebbero state delle donne, sebbene rispettando i dettami della Sharia. Aveva ribadito la possibilità per studentesse e lavoratrici di conservare la loro occupazione senza essere ostacolate, con la sola imposizione dello hijab come capo obbligatorio. Donne afghane, associazioni e comunità internazionale non avevano potuto evitare di esprimere il loro scetticismo rispetto a queste promesse: il giorno dopo il ritorno ufficiale dei talebani, alcune di loro erano scese in piazza per manifestare il loro dissenso verso il regime. Le proteste sono continuate per tutto il mese di agosto e di settembre, tra Kabul e Herat.

Le misure di settembre

L’8 settembre 2021, però, è arrivato un annuncio in controtendenza rispetto alle promesse del regime talebano: il governo ha promesso di introdurre un divieto per le donne di praticare sport in pubblico. La misura è però solo l’antipasto di un inasprimento generale della condizione femminile nel Paese: presto seguono il divieto per le studentesse di frequentare aule miste e di ricoprire cariche politiche ai vertici. Rimane possibile, per ora, frequentare le università, ma per le donne è obbligatorio seguire gli insegnamenti di docenti dello stesso sesso, a cui comunque i talebani hanno chiesto una revisione dei programmi dei corsi. 

L’inasprimento di novembre e dicembre

Un ulteriore peggioramento risale a novembre, quando i talebani escludono le donne dalle soap opere e introducono regole più rigide per il velo in tv e per le giornaliste ancora presenti sugli schermi. Viene vietato alle ragazze sopra i 12 anni di proseguire gli studi. Dicembre è invece il mese in cui vengono rimosse le immagini delle donne afghane dai manifesti pubblicitari della capitale e in cui, come dicevamo, si vieta alle donne di percorrere lunghi tragitti in auto senza accompagnatore. 

Il Ministero per la Promozione della Virtù

Ente responsabile per l’introduzione di queste norme è il ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio,  che intepreta la legge islamica in modo estremamente rigido e la traduce in norme dello Stato. La nuova norma sui tragitti in auto, tra le altre cose, prevede anche che i tassisti non possano far salire sulle loro auto le donne senza velo, anche senza specificare quale tipo di copricapo sia necessario. Vale invece in modo trasversale il divieto di ascoltare musica in macchina.

Non solo proteste 

In tutto questo, comunque, ci sono anche donne che sostengono il regime talebano: 300 donne velate integralmente, a settembre, hanno sfilato per le strade di Kabul in una marcia a supporto dei talebani, proclamandosi a favore delle misure introdotte. Il regime, forse per ingraziarsi la comunità internazionale, forse per confondere le acque, ha anche adottato delle misure in controtendenza: sono stati vietati i matrimoni forzati ed è stato modificato il diritto di proprietà, con la concessione per le vedove di accedere a una quota dei beni dei mariti.

I provvedimenti, seppure significativi, hanno però un impatto molto limitato rispetto alle norme rigide introdotte: la strategia talebana sembra proprio quella di voler dare un contentino ai governi stranieri, che insistono sulla questione femminile afghana. Dai talebani, comunque, arrivano grandi rassicurazioni: si tratterebbe di divieti temporanei e no, la condizione delle donne non tornerà alla situazione del primo regime. Cosa ce lo faccia credere, però, non è chiaro.

Elisa Ghidini

 

 

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