Fare la First Lady nel 2019: è sempre la donna a rinunciare alla sua carriera

Perché nessuno si chiede mai cosa faccia nella vita il marito della cancelliera tedesca Angela Merkel? Come mai è quasi sconosciuto ai più? E l’uomo che ha sposato Theresa May? Ha senso nel 2019 la professione della First Lady? Perché le donne che hanno un compagno politicamente esposto sono portate a rinunciare alla loro carriera professionale?




Mentre si parla di femminismo, di pari diritti e opportunità e si portano avanti delle lotte di uguaglianza ormai quasi in tutti i settori lavorativi, sotto agli occhi del pubblico va in scena una delle tradizioni più anacronistiche del nostro tempo, proprio in un settore che dovrebbe essere istituzionalmente esemplare per il resto della società. Stiamo parlando del defilé patinato delle First Lady al G7 o in qualsiasi altro appuntamento politico.  Relegate al ruolo di accessori di mariti potenti, anche nei casi in cui sembrano avere una loro personale missione, sembra che oggi non ci sia spazio per una loro realizzazione personale. Obbligate a riflettere la luce emanata da un coniuge in vista, rinunciano spesso alla loro professione. Nei casi migliori si reinventano e assolvono il loro compito di mogli istituzionalmente impegnate in iniziative benefiche e campagne varie, negli altri, semplicemente, indossano un bel vestito e accompagnano il marito in giro per il mondo.

L’ultima occasione: il G7 a Biarritz





Al G7 che si è tenuto qualche giorno fa a Biarritz, nel territorio dei Paesi Baschi francesi, lo spettacolo è stato replicato con grande interesse del pubblico. Mentre i mariti decidevano virilmente delle sorti dell’Amazzonia e discutevano di altre questioni legate al pianeta, le First Ladies,  guidate dalla padrona di casa Brigitte Macron Trogneux, facevano visita alla ridente cittadina di Espelette al confine con la Spagna. Le telecamere le hanno immortalate mente si dedicavano alla scoperta delle tradizioni locali, inclusa quella della produzione di sangria. La delegazione in gita era composta da elegantissime signore, tra le quali Jenny Morrison, moglie del premier australiano, Cecilia Morel, first lady cilena, la moglie del presidente del Consiglio Ue Tusk, la moglie di Trump Melania e Akie Abe, moglie del primo ministro giapponese Shinzo.

L’attenzione morbosa della stampa





Nulla di male, suvvia. Le foto sorridenti, la passeggiata rilassante mentre i mariti fanno altro, i vestiti eleganti non sono da demonizzare. Il discorso non riguarda la gita, ma la carriera e le ambizioni di queste donne. Praticamente tutte le First Ladies sono spesso solamente orpelli fashion e glamour alla comunicazione politica dei loro mariti. Il loro compito è quello di impegnarsi per dare coerenza, forza ed eleganza al messaggio dei loro potenti coniugi. G7 a parte, i giornali e le televisioni si dedicano con dovizia di particolari al tubino di Melania Trump o alle gambe di Brigitte Macron. E’ forse un retaggio un po’ maschilista o è solo frivolezza?

Nel 2019 non è ora di ripensare (o abbandonare) il ruolo della First Lady?

Spesso, sposare un uomo politicamente esposto comporta per le donne il sacrificarsi alla causa. Perché? Magari affrontano questa scelta con piacere, con consapevolezza e con fierezza, ma il discorso è un altro. Non rischia la famiglia più in vista della nazione di mandare un messaggio socialmente anacronistico nel 2019? L’uomo troverebbe la sua realizzazione nel guidare un Paese e la donna nell’essere semplicemente al suo fianco. Nel 2015 Brigitte Macron decide di lasciare l’insegnamento per seguire a tempo pieno la carriera politica di suo marito, supportando attivamente la sua campagna elettorale per le presidenziali francesi del 2017. Nella vita, quindi, l’ex insegnante fa semplicemente la padrona di casa all’Eliseo. Stessa situazione per Michelle Obama che, seppure molto impegnata nelle sue campagne di sensibilizzazione, per quanto energica e attiva, agisce in riflesso della politica del marito.

Non lavorano per questioni di sicurezza?

Obiezione legittima: scomodare agenti segreti, polizia e altri professionisti della protezione sarebbe un sacrificio forse troppo esoso per le casse di uno Stato, solo per permettere alla moglie di un politico di svolgere il suo mestiere. In realtà, però, di tutta questa protezione non sembrano avere bisogno i rari casi di mariti di donne politicamente esposte. Joachim Sauer è professore di chimica e fisica all’università di Berlino ed è quasi praticamente sconosciuto e ignorato dai media. Svolge normalmente e senza ostacoli la sua professione, declinando ogni intervista che non riguardi il suo campo di studi. Accompagna molto raramente la moglie: la sua prima apparizione ufficiale risale al 2006 in Austria e i suoi altri interventi a margine di incontri istituzionali si contano sulle dita di una mano. Philip May, marito della ex premier britannica Theresa May, ha allo stesso modo accompagnato in poche occasioni la moglie negli eventi istituzionali a cui, a suo tempo, ha partecipato. Procede con la sua vita politica e professionale: è un manager nel campo dei fondi di investimento e, a quanto pare, non è mai stato intenzionato a rinunciare alla carriera personale per agevolare quella della moglie.

L’ipocrisia statunitense

Nel suo libro Becoming, Michelle Obama traccia un interessante ritratto della vita di una First Lady. Parla in particolare della pressione che durante gli otto anni di permanenza alla Casa Bianca ha subito riguardo al suo aspetto e all’attenzione morbosa che la stampa e il pubblico dedicavano ai suoi outfit, mentre il marito poteva pacificamente indossare gli stessi completi più e più volte, senza che nessuno badasse alla scelta della cravatta o della camicia. In questo panorama l’ex First Lady statunitense sembra essere l’eccezione che conferma la regola. E’ stata una delle donne più apprezzate per le sue iniziative relative allo stile di vita attivo e sano, soprattutto per i bambini. Ha fatto allestiree un orto alla Casa Bianca e vi si è dedicata con la collaborazione dei piccoli studenti di alcune scuole statunitensi. Ma, in tutto questo, Michelle Obama è stata ancora una volta accessorio del marito, seppure con la sua personalità forte ed energica. Non ha mantenuto il suo lavoro, prima come avvocato e poi come manager in una grande realtà di volontariato.

Un prolungamento dell’immagine del marito

Ogni First Lady statunitense, all’inizio del mandato del marito, sceglie un tema a cui vorrà dedicare la sua comunicazione e la sua attività: Melania Trump ad esempio si sta concentrando sul bullismo e sul cyberbullismo. Non si tratta di una prassi un po’ ipocrita? Le inquiline della Casa Bianca rinunciano al loro mestiere, forse anche per ragioni di sicurezza, e si prestano a questa narrazione anni Cinquanta, in cui l’uomo si dedica alle questioni importanti e la donna, angelo del focolare, si tiene occupata con iniziative sì nobili, ma che, in fin dei conti e forse un po’ cinicamente, servono a dare maggior lustro all’operato del marito. Nel 2019, quindi, non avrebbe senso smontare la professione della First Lady? Sia essa un prolungamento dell’azione politica del marito, sia essa un semplice accessorio glamour che compare ai G7 e alle cene presidenziali, per dare una maggior dignità e un minore anacronismo alla figura della donna, ancora incastrata, anche nelle sfere più alte, nello stereotipo della devozione coniugale che frena la sua ambizione personale.

Elisa Ghidini

 

 

 

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