Fobocrazia: la paura non ha più corpo, è diventata potere

La situazione attuale ne è la prova. Paura e potere sono due variabili della stessa equazione. Quella del primato dei governanti sui governati. Quella che rende possibile che un uomo decida per un altro. La sottomissione in cambio di una garanzia.

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La situazione attuale, con l’Italia che si è fatta prigione del virus, mostra quanto la nostra democrazia sia in realtà fondata sul potere della paura.

Non più popolo, non più democrazia. Ma una vera e propria fobocrazia.




Paura e potere sono dall’inizio della civiltà legate insieme. Due variabili della stessa equazione. Quella del primato dei governanti sui governati. La paura è stata la scintilla che ha acceso il potere di un uomo su un altro uomo. Quella che ha reso possibile la nascita di re e principi, quella che ha legittimato la sottomissione in nome di una garanzia.

Attraverso la narrazione di una costante, sistematica emergenza, il potere viene prolungato e, in qualche modo, stabilizzato. Non è certo una novità di quest’ultimo periodo di clausura forzata. Da decenni, il carosello dei telegiornali sforna titoli saturi della parola “Emergenza”. Emergenza migranti, emergenza salute, emergenza economica, emergenza occupazionale, emergenza meteo e, per ultima, emergenza virus.

Fobocrazia ai tempi del coronavirus

Come scrive Donatella di Cesare su Jacobin, “se la paura domina gli animi, allora con la paura è possibile dominare gli animi altrui”. Si crea così allora una strumentalizzazione razionale della paura da parte di chi governa. Attraverso l’emergenza si diffonde ansia, incertezza e timore che danno adito all’immobilità. Perché quando la paura prende il sopravvento il corpo si blocca, la mente viene inchiodata all’incertezza del domani.

Una delle forme che la paura può assumere è l’angoscia. L’angoscia è incertezza nella misura in cui il nemico da temere non si vede, ma se ne percepisce la presenza alle spalle. Meglio un terrore che si fa chiamare per nome, piuttosto che un terrore senza nome. Ecco, dunque, che la paura che reggeva gli stati totalitari nel secondo conflitto mondiale, e di cui ben si sapeva il nome e il corpo, diventa piuttosto un’atmosfera vacua, mantenuta ad un livello costante e, poiché vuota, riempita da ciascuno come meglio crede. Scie chimiche, Big Pharma, i Massoni, gli Alieni, gli Illuministi, gli Industriali, gli Immigrati e tutte le varie salse rassicuranti del complotto.

La fobocrazia si veste con l’abito democratico

Le democrazie partorite dopo il crollo dei regimi totalitari hanno ereditato da questi la paura del nemico, che da interno si è fatto esterno, e sulla paura del potere hanno poggiato le loro fondamenta. Nel caso italiano, scomparso il corpo fascista, i padri costituzionali che ancora temevano il germe del fascismo hanno costruito la Repubblica con il giusto scopo di annullare l’animo fascista.

Oggi, invece, la paura non ha più un corpo sociale perché è diffusa capillarmente nella società. La reazione suscitata da questa pandemia ne è la prova lampante. Gente che prima di oggi mandava in barba ogni regola civile, se ne fregava di tasse e politica, oggi si riscopre amante dell’ordine e delle leggi. Quando la paura fa novanta, la legge canta. Gli italiani metaforicamente si stringono vicini l’uno all’altro per combattere il nemico invisibile, ritrovando un’unità insperata.

Ma credere che basti questo per adempiere all’antico motto “abbiamo fatto l’Italia, facciamo anche gli italiani” è solo un’illusione. Sia pur piacevole, ma resta un abbaglio. Resta un abbaglio perché in questo stato di vigilanza permanente, la democrazia ha bisogno di vivere un’oscillazione tra la suspense e la vista del precipizio per mantenersi sveglia.

La paura va masticata e digerita, non vomitata

Governare la paura, se questa fosse digerita in un qualche modo, assume il ruolo di muro portante della civiltà. È con il passaggio dallo stato di natura a quello di società che l’uomo è riuscito a masticare la paura e convogliarla nell’ordine e stabilità sociale. Il ruolo dei politici sarebbe quello di svolgere una funzione digerente della paura, una funzione in grado di trasformare il terrore senza nome in una paura riconoscibile. Sempre di paura si tratterebbe, è vero, ma è una paura controllabile. Che anzi, forse, può persino giovare alla società, allentando la presa della fobocrazia.

Ma se i leader rinunciano o si rivelano incapaci a svolgere questa funzione, la paura che si disvela assume la forma di un terrore senza nome e senza corpo. I cittadini sono così lasciati naufraghi di fronte all’abbondante mare di fake news e ogni loro grido di aiuto rimane inascoltato dalle navi che li guardano da lontano.

Pur considerando l’imprevedibilità del coronavirus e l’assoluta originalità della situazione, tale da rendere non invidiabile l’attuale compito dei politici, se la risposta maggiore dei nostri leader è asserragliare in casa una comunità slegata e depoliticizzata, senza una strategia visibile e col solo di scopo di raggiungere un’immunità, quel che potrebbe prevalere sarà una passiva apprensione all’unione.

In questo modo, il cittadino accetta di sottomettersi momentaneamente all’emergenza e alle sue restrizioni in cambio di una rinascita collettiva e di avere salva la vita. Ma, come ampiamente dimostrato da Bion, senza un autentico processo di digestione mentale la paura può trasformarsi in vomito e rigurgitare tutto l’odio inespresso. Con il rischio di sommergere e trascinare a picco tutto il lavoro fatto.

Questa temporanea fobocrazia è in attesa di essere detronizzata e sostituita con un’altra. Resterà da vedere se i cittadini italiani e l’elite italiana saranno riusciti a digerire la paura, o se erano soltanto alle prese con un attacco di bulimia emotiva.

Axel Sintoni

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