Il Giornale di Brescia dice basta a Facebook e oggi scrive un pezzettino di storia

Odio, rabbia, insulti e frustrazione: in controtendenza la redazione del Giornale di Brescia chiude la pagina Facebook.





Il Giornale di Brescia è il giornale della mia città: è il quotidiano su cui, qui in provincia, si finisce quando si vince qualcosa, quando si fa uno spettacolo teatrale o quando in questo operoso contesto industriale si raggiunge qualche traguardo economico nazionale o internazionale. E’ un quotidiano che, per il suo essere voce di una città grande ma non grandissima, ricca ma non ricchissima, acculturata ma non acculturatissima, viene un po’ snobbato, ma che, alla fine, una sfogliatina settimanale te la ruba comunque.




300 mila follower

Il suo primo numero è uscito il 27 aprile 1945, come organo del Comitato di Liberazione Nazionale. Quell’edizione era composta di sole due pagine, costava due lire ed era andata in stampa mentre ancora si sparava. Oggi non ha la tiratura del Corriere della Sera o di Repubblica, certamente no, ma ha comunque un buon seguito online. Dall’inizio di quest’anno ha raggiunto 18 milioni e mezzo di utenti per oltre 286 milioni di pagine viste. La pagina Facebook conta, attualmente, quasi 300 mila follower. Un bresciano su quattro, che abiti in città o in provincia, praticamente ha accesso alle notizie del giornale tramite Facebook.




Il comunicato

E’ notizia di qualche ora fa, però, il lockdown social a cui la testata ha deciso di sottoporsi. Nel comunicato firmato dalla direttrice Nunzia Vallini, si leggono parole forti, relative a un generale clima di stanchezza relativo alle “troppe parole in libertà, troppi insulti, troppo astio” che, secondo la direttrice, si trovano giorno dopo giorno nei commenti Facebook alle varie notizie. Ogni notizia, a quanto sembra, genererebbe una valanga di reazioni, spesso sconfinanti nel razzismo e nel maschilismo, quando non nella fake news deliberatamente diffusa: nei commenti alle notizie sul Covid, sugli incidenti in provincia o su tutto il resto di eventi che costella la vita del Nord Est lombardo c’è spazio per ogni tipo di frustrazione.

In controtendenza

Si tratta certamente di una scelta in controtendenza che, come dice Vallini, “non è stata presa a cuor leggero”. Il giornalismo, infatti, è anche imprenditoria e se oggi come realtà imprenditoriale non esisti su Facebook, dove li trovi altri 300 mila contatti a cui mostrare le notizie e, conseguentemente i banner del tuo sito per monetizzare? E chi dice che essere seguiti sui social è come essere ricchi a Monopoli, beh, è giustificato solo se è nato prima del 1950. Facebook, dato per morto ogni anno e puntualmente risorto guardando i dati, in Italia ha circa 24 milioni di utenti. Rinunciare ad aggiornare la propria pagina è un bel salto nel vuoto, in una sorta di harakiri social causato dall’esasperazione da moderatore.

Piazza pulita

Mantenere la propria piazza virtuale pulita e sgombra dai professionisti della lite e dai leoni da tastiera è tutt’altro che semplice: le notizie riguardanti le minoranze o le decisioni impopolari di un governo in pandemia scaldano i toni subito infiammati a suon di insulti. Si può scegliere allora di travestire da dibattito democratico quello che è semplicemente accidia informatica: lascio che tutti pubblichino, perché è la libertà di espressione, bellezza. Questo, se mi va bene, genera una serie di interazioni sempre più aggressive, estremiste e polarizzanti che, però, come gestore di una pagina social mi possono anche venire utili: buona o cattiva, è comunque interazione. Si gonfiano gli insights, aumentano le views, esplodono le visite ai banner.

Snaturarsi per evitare il conflitto?

Posso poi decidere di chiudermi a riccio: pubblico notizie sempre meno “coinvolgenti”, in modo tale che ci sia poco da commentare. Mi trasformo in Frate Indovino, con la notizia sul santo del giorno e la ricetta consigliata. E’ la strada che, almeno parzialmente, sembrava aver abbracciato ultimamente il Giornale di Brescia, con la filosofia dell'”almeno la gente non si ammazza sotto a ogni post e ho un po’ di pace”. Certo, a risentirne è la qualità dell’informazione e il numero di views al mio sito che, impietosamente, cola a picco.

E il dibattito?

Posso poi decidere di bloccare i commenti: Facebook non sempre lo permette e soprattutto non funziona come Instagram o come YouTube. Poi però che ne è del dibattito virtuale, anche sano, che si può creare da una notizia pubblicata? A chi parlo, se nessuno mi può rispondere? O se lo può fare, al massimo, con il tacito assenso del like?

Dove non arriva l’hater, arriva il bot

Oppure, c’è un’altra strada, ma costa fatica, energia, tempo ed è soprattutto disseminata di ostacoli: posso scegliere di moderare, un po’ come avveniva sui forum di una volta. Uno la spara un po’ troppo grossa? Ban. Uno la spara ancora più grossa? Ban per una settimana e via così. Questo compromesso, però, non regge di fronte agli attacchi dei bot ed è quindi inutile avere lo staff di moderatori più bravi e pazienti dell’universo.

Giornalismo e social

Fatto sta che un quotidiano di provincia oggi ha aperto il vaso di Pandora già scoperchiato in più occasioni nel grande dibattito riguardante l’informazione. Dentro c’è la stanchezza per l’odio rilanciato, anche inconsapevolmente, quando si diventa creatori di contenuti sui mezzi social, c’è la voglia di fare piazza pulita e c’è la preoccupazione per la rinuncia a quel 16% di traffico del sito che arriva proprio da Facebook.

E’ giusto far commentare tutti e salire sul carrozzone della viralità aggressiva? E’ giusto  abdicare al proprio ruolo e trasformarsi in una rubrica di gastronomia, per non accendere gli animi? E’ giusto rinunciare alla visibilità, in controtendenza rispetto a ogni legge di marketing? E’ una scelta coraggiosa, ma chissà se pagherà in termini di qualità. Estremizzando, chissà se si può esistere, oggi, se non si è sui social. La domanda, in realtà, è solo una e riguarda il ruolo del giornalismo: è qui per renderci migliori o peggiori?

Usciamo da questa piazza malsana che ci fa diventare quello che non siamo, che non siamo mai stati e che non vogliamo diventare, ovvero la piattaforma di lancio di chi sfrutta questo tipo di dinamiche alimentando scontri e tensioni, oltre che una vera e propria campagna di disinformazione spacciata per sedicente controinformazione.

Nunzia Vallini – Direttrice del Giornale di Brescia

Elisa Ghidini

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