L’universo musicale di Anna Castiglia tra Sicilia, Torino e Parigi

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Tra parole e melodie, letteratura e danza, la Sicilia e Flaubert, si articola l’universo musicale di Anna Castiglia. Abitarne gli orizzonti significa rivolgersi al mondo.

Versatile, trasversale, profonda abitatrice del mondo, Anna Castiglia è una di quelle figure che, per brevità, si chiamano artista. Dai tre singoli pubblicati ai tour, transitando per gli importanti premi ricevuti, la cantautrice catanese irrora e rigenera la scena musicale italiana da ormai qualche anno. Occuparsi di musica – tanto nel farla, quanto nel fruirne – significa rivolgersi al mondo. Da questa prospettiva prende le mosse la nostra conversazione, volta ad abitare l’universo musicale di Anna Castiglia.




Domanda di rito, d’esordio, di conversazioni private e pubbliche. Ma anche interrogativo costante e fondativo di chiunque abbia la curiosità e necessità di abitarlo: chi è Anna Castiglia?

In questo periodo in particolare mi sono chiesta chi fossi, perché spesso capiamo chi siamo in base a quello che facciamo. Per cui è più semplice capire in questo modo: «ok, sto studiando, sono una studentessa». Facile, ma non è così. Perché ci sono momenti in cui non puoi fare quello che fai solitamente, come è successo durante la quarantena. Io mi sono sempre sentita una cantautrice, una musicista. Era anche un po’ una consolazione sociale: vado a fare la spesa e mi sento una cantautrice, sono in un gruppo di persone, sono una musicista; quello è il mio rifugio, quello è il mio argomento e mi tranquillizzo così. È un modo per integrarsi. Ma, non potendolo fare in questi due anni, mi sono davvero chiesta: ma io senza suonare, e senza scrivere – perché, a un certo punto, mi ero totalmente spenta – sono ancora una musicista, una cantautrice?

 

La risposta è che abbiamo tanti nomi comuni di persona. Ci ho anche scritto un pezzo su questo, che si chiama Nome comune di persona. Solo che, a volte, vorremmo che alcuni di questi, uno di questi, diventi il nostro nome proprio, quello che ci da l’identità. Quindi, chi sei? Anna Castiglia. Chi sei? Una cantautrice. Ma non può essere il mio nome di battesimo, «cantautrice», perché ci sono tante altre vesti che possiamo indossare. Ed è giusto così, non è un tradimento per la musica. Per cui mi sento di essere tanti nomi comuni della mia persona e anche il mio nome proprio e in realtà il mio nome d’arte, a volte.

 

La mia identità deve essere solida, costruita, ma assolutamente versatile, non per forza agganciata ad uno di questi vestiti che posso indossare, come quello della musicista.

Catanese di nascita, hai vissuto con continuità nella città etnea fino ai diciotto anni. Poi, il trasferimento a Torino: nuove prospettive, diversi orizzonti, altri itinerari di lavoro. In ambito artistico-culturale cosa accomuna e cosa divide radicalmente le due principali città in cui si è articolato l’universo musicale di Anna Castiglia?

In ambito artistico, sicuramente, quello che differenzia Torino da Catania alla base – quindi in tutti gli ambiti di base – è la mentalità, l’indole. Qui ci sono più opportunità e più posti in cui poter fare questo lavoro. E anche più educazione del pubblico, più abituato ad ascoltare musica, o comunque proposte artistiche originali e inedite.

Invece giù c’è tanto il sottofondo e l’intrattenimento. L’arte è ancora troppo ancorata al concetto di intrattenimento. Qui invece è culla di nuovi artisti, giovani emergenti, in qualunque ambito. Io parlo di quello musicale, è pieno. Ascoltare cantautori, cantautrici – quindi con le loro proposte, non con le cover – è più normale. Anche gli universitari lo fanno, non solo il pubblico “colto”.

 

Poi, appunto, non è solo l’indole, perché la maggior parte degli universitari, delle persone che si ritrovano in questi ambienti, sono del Sud. Solo che qui ci sono i posti in cui poterlo fare. Se ci fossero anche giù, penso che si potrebbe fare anche lì.

Da ciò che dici si approda all’importanza, alla decisività, della dimensione, per così dire, cenacolare del fenomeno artistico. Il fatto di potersi incontrare, confrontare con altri artisti, in un groviglio di spunti, cenni, idee. E di farlo liberamente dalla dimensione strettamente competitiva che fonda la dinamica della maggior parte degli odierni palcoscenici artistici. Basti pensare a festival e talent: tutto diventa una stringente questione di giudizio, il successo dell’uno dipende dall’insuccesso dell’altro, perché inevitabilmente ci deve essere un vincitore ed un vinto. Mentre è molto importante nell’elaborazione artistica, così come in ciò che globalmente si potrebbe definire l’espansione dei propri orizzonti, il libero e fecondo confronto con l’altro.

Assolutamente. Ad oggi faccio parte di un collettivo musicale, che ho fondato insieme a Francamente. Poi si sono unite a noi Rossana De Pace, Irene Buselli e Valeria Rossi. Al di là del fatto che l’obiettivo principale sia quello di normalizzare la presenza femminile sul palco, l’idea del collettivo musicale è quella di unire le nostre personalità e, in una qualche misura, distruggere la competizione, la convinzione che si debba sempre essere migliori o peggiori di qualcuno. Suonare tutte insieme significa creare un’identità collettiva. Ed è importantissimo.

A tal proposito, sei stata recentemente coinvolta in un progetto corale dal titolo polisemantico: Cantautori a pezzi.

Questo spettacolo è nato dopo la pandemia. Abbiamo scelto questo titolo perché simboleggia lo stato in cui ci trovavamo: eravamo, appunto, «a pezzi», distrutti. Allo stesso tempo «a pezzi» perché nello spettacolo si avvicendano i «pezzi» di tutti: ci sono canzoni di Anna Castiglia, PROTTO, Vea e Ella Nadì, che abbiamo assemblato come un puzzle. Il titolo indica, quindi, il doppio significato del nostro stato – che non era proprio integro – e della modalità dello spettacolo.

Dall’altro lato, quanto hai constatato in merito alla diversa prospettiva e ricettività degli ambienti che hai vissuto, ci riporta alla cornice – tutta siciliana – che tracci in uno dei tuoi pezzi editi: Ju mi siddriu. Brano dolceamaro. Prima di addentrarci nei meandri della questione è, però, necessario, specificare ai nostri lettori non avvezzi al siciliano cosa significhi l’espressione catanese che dà il titolo al tuo brano.

«Ju mi siddriu» significa letteralmente «io mi scoccio, io non ho voglia». A livello personale il significato lo attribuisco a questo atteggiamento di noia, di scocciatura, che hanno i siciliani nei confronti di tutto. Parlo di cose belle come il sole, il mare, l’architettura, la storia, la cultura della Sicilia. Ma mi occupo anche di questioni un po’ più pesanti come lo stretto di Messina ed il pagare le tasse.

Ju mi siddriu accarezza dolcemente ed urla disperato. Procede incalzante su un alveo di leggerezza, dal quale tracima un più o meno marcato senso di sconforto. Si compone nel segno del viscerale amore per una terra meravigliosa e, al contempo, destruttura, sconquassa, problematizza il preoccupante status quo di cui una faccia della sicilianità è paradigma: quell’illusorio equilibrio degenerante in una sterile stasi individuale, sociale, collettiva, politica.

Alcune persone mi dicono: «Ah sì, anche io mi siddriu!». No, io non mi scoccio. Sto imitando te, che ti scocci. È proprio questo l’obiettivo del brano. Dato che il messaggio è molto duro ho cercato di addolcirlo con questa sonorità, ironia, comicità. Quest’indole, che a me piace riassumere con queste tre parole, è un po’ il motivo che sta alla base di tutti i problemi della Sicilia. Perché si ignorano non solo le meraviglie – non ci si rende conto – ma anche i problemi. A me dispiace immensamente, mi piange il cuore. Ne parlo così perché ci tengo, non mi importasse della Sicilia non me ne fregherebbe di espormi in questi toni.

Poi, Tutto Più Rosso, pubblicato anche nella sua più intima declinazione acustica. Un brano che, parafrasandoti, guarda con la coda dell’occhio e tocca con la punta delle dita.

È un brano che, in live, non introduco e non presento mai proprio per questo motivo. È uno dei primi: è molto più narrativo di altri, meno criptico, c’è qualche metafora ancora. Però all’inizio la scrittura è diversa, molto più semplice, immediata. Proprio per questo è un brano che non racconto mai.

L’universo musicale di Anna Castiglia vede, come terzo ed ultimo singolo ad oggi edito, Bovarismo. Opera che si snoda tra cenni, spunti, tracce dell’opera di Flaubert. Tema portante, la profonda insoddisfazione esistenziale che, in una qualche misura, ti accomuna a Madame Bovary, da te definita «l’amica più presente» ai tempi della scuola. Credi che questo dispositivo di costante vuoto da colmare possa, in qualche modo, derivare dalla profonda ed ininterrotta volontà di perfezionarsi?

Sì, ma forse non ero così matura quando l’ho scritta. Mi proponevo più di perfezionare gli altri. Un’insoddisfazione perenne su me stessa ce l’ho sempre ma in questo caso – in una relazione, in qualcosa che si fa con qualcun altro – pretendevo il perfezionismo dell’altro. Per questo mi sono accomunata a Madame Bovary. Poi è vero che è una donna dell’Ottocento, in una situazione totalmente diversa, mi piace specificarlo. Il marito si chiedeva continuamente come mai stesse male, e non poteva fare nulla. Lei veramente aveva un’insoddisfazione profonda. Il mio, invece, era un problema molto più superficiale, immaturo. Sicuramente l’insoddisfazione è mossa dalla voglia di perfezionarsi ma, nel caso della canzone, era una richiesta per l’altro.

Ju mi siddriu si declina visivamente nelle immagini della strascicante ma non ineluttabile quotidianità cantata e suonata. Nel video di Tutto Più Rosso, le straordinarie figure di un ballerino ricalcano la tonalità esistenziale di musica e testo. A Parigi, Bovarismo, si incarna in un delicato e valorizzante videoclip. Tutto è curato nei minimi dettagli e strutturato su più canali comunicativi. Emerge un’idea di musica in quanto lavoro complessivo. Tratto che sembra caratterizzare l’universo musicale di Anna Castiglia.

Assolutamente sì. Io credo che le discipline non si sarebbero mai dovute dividere, perché ci si può specializzare in una di queste ma, alla fine, appartengono tutte alle stessa matrice artistica. Per cui, ritengo sia necessario contaminarle. Ho studiato musical – quindi canto, danza e recitazione – per questo motivo. Sapevo già di voler fare musica, ma quando fai recitazione e danza fai musica in un altro modo, e viceversa: si aiutano a vicenda, si concatenano. Per cui mi piace e mi piacerebbe contaminare, mischiare ancora di più la musica con il teatro, con la danza. Se posso farlo tramite i video – che è molto più facile – lo faccio. Così come mi piacerebbe farlo anche nei live, magari inserendo qualche parte recitativa.

 

Il mio sogno è fare uno spettacolo, un varietà, un po’ simile a quello dei Jackson 5. Quindi, assolutamente sì, è un lavoro complessivo e non deve confondere, anzi deve solo aiutare a far passare ancora di più la canzone. La danza, nel caso di Tutto più rosso, serviva alla musica e al testo.

Mattia Spanò

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