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La guerra del Kippur e il tentativo di riconquistare i territori occupati

di Ultima Voce
06 Ott 2026
in Cultura
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La guerra del Kippur e i territori occupati 1
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Sei anni prima Israele aveva conquistato e occupato il Sinai egiziano e le Alture del Golan siriane durante la Guerra dei Sei Giorni, insieme alla Cisgiordania, a Gerusalemme Est e alla Striscia di Gaza. La diplomazia successiva non aveva restituito all’Egitto e alla Siria i territori perduti, mentre la Risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva affermato l’inammissibilità dell’acquisizione di territorio attraverso la guerra e indicato il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati tra i principi necessari per una pace duratura. Il 6 ottobre 1973 Egitto e Siria attaccarono le posizioni israeliane nel Sinai e sulle Alture del Golan. La guerra del Kippur durò meno di tre settimane, coinvolse Stati Uniti e Unione Sovietica e trasformò una situazione che appariva congelata dal 1967, aprendo per l’Egitto un percorso che avrebbe infine condotto alla restituzione del Sinai.


I territori occupati nel 1967

La guerra del Kippur ebbe le sue radici dirette nel conflitto combattuto sei anni prima. Nel giugno 1967 Israele sconfisse Egitto, Siria e Giordania durante la Guerra dei Sei Giorni e occupò territori molto più estesi rispetto a quelli che controllava prima del conflitto. All’Egitto sottrasse la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza, alla Siria le Alture del Golan e alla Giordania la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

L’esito della guerra modificò radicalmente i rapporti di forza regionali. Per Egitto e Siria, la perdita dei rispettivi territori divenne una questione politica e strategica prioritaria. Israele disponeva invece di una profondità territoriale maggiore e di posizioni militari che rafforzavano la percezione della superiorità dimostrata sul campo nel 1967.

Il 22 novembre dello stesso anno il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 242. Il documento affermava l’«inammissibilità dell’acquisizione di territorio attraverso la guerra» e collegava una pace duratura al ritiro delle forze israeliane dai territori occupati durante il recente conflitto e al riconoscimento della sovranità, dell’integrità territoriale e del diritto degli Stati della regione a vivere entro confini sicuri e riconosciuti. La formulazione relativa al ritiro sarebbe stata oggetto di interpretazioni divergenti, soprattutto per le differenze tra le versioni linguistiche della risoluzione.

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La situazione rimase irrisolta. Tra Egitto e Israele seguì la Guerra d’attrito lungo il Canale di Suez, conclusa nel 1970 senza la restituzione del Sinai. Il confine militare lungo il canale si consolidò e, mentre trascorrevano gli anni, aumentava al Cairo la convinzione che il mantenimento della situazione favorisse soprattutto Israele.

Sadat e il tentativo di rompere lo stallo

La morte di Gamal Abdel Nasser nel settembre 1970 portò alla presidenza egiziana Anwar al Sadat. Una delle principali questioni che il nuovo presidente ereditò fu proprio il Sinai. Sadat cercò inizialmente una soluzione diplomatica e nel 1971 manifestò disponibilità verso un accordo che collegasse il ritiro israeliano a un nuovo rapporto politico con Israele.

Documenti diplomatici statunitensi dell’epoca mostrano che Washington considerava il recupero del Sinai l’obiettivo nazionale prioritario della leadership egiziana e riteneva che Sadat avesse cercato nel 1971 una soluzione negoziata. Il fallimento di quei tentativi lasciò però l’Egitto nella situazione che lo stesso presidente descriveva come insostenibile, sospesa tra guerra e pace.

Sadat arrivò progressivamente alla conclusione che senza un nuovo confronto militare sarebbe stato difficile costringere Israele e le grandi potenze a riaprire seriamente la questione territoriale. Documenti statunitensi del gennaio 1973 registravano già la sua convinzione che fosse necessario ricorrere nuovamente alla forza per spingere Israele a rinunciare ai territori occupati.

L’obiettivo egiziano non richiedeva necessariamente la conquista militare dell’intero Sinai. Attraversare il Canale di Suez, distruggere l’immagine dell’invulnerabilità militare israeliana e mantenere una presenza sulla sponda orientale poteva essere sufficiente per modificare una situazione diplomatica rimasta immobile.

La Siria di Hafez al Assad aveva una propria priorità territoriale. Damasco intendeva recuperare le Alture del Golan. I due governi prepararono quindi un’offensiva coordinata, pur partendo da interessi e obiettivi che non coincidevano completamente.

Il 6 ottobre 1973

L’attacco iniziò nel primo pomeriggio del 6 ottobre 1973, mentre in Israele si celebrava lo Yom Kippur e nel calendario islamico cadeva il Ramadan. Le forze egiziane attraversarono il Canale di Suez mentre l’artiglieria colpiva le posizioni israeliane sulla sponda orientale. Nello stesso momento l’esercito siriano avanzò contro le postazioni israeliane sulle Alture del Golan. Le fonti diplomatiche statunitensi e quelle delle Nazioni Unite registrano l’inizio delle ostilità con gli attacchi egiziano e siriano alle posizioni israeliane nei due territori.

Sul fronte egiziano l’operazione ottenne rapidamente risultati che contrastavano con l’immagine lasciata dalla sconfitta del 1967. Migliaia di soldati attraversarono il canale e furono costruiti ponti per consentire il passaggio dei mezzi pesanti. Gli egiziani riuscirono a superare la Linea Bar Lev, il sistema di fortificazioni costruito da Israele lungo la sponda orientale, e stabilirono diverse teste di ponte nel Sinai occupato.

Un ruolo importante fu svolto dai missili anticarro e soprattutto dalla rete di difesa antiaerea egiziana. La capacità israeliana di utilizzare carri armati e aviazione aveva contribuito alla vittoria del 1967, ma durante le prime giornate del nuovo conflitto le forze egiziane riuscirono a limitare parte di quel vantaggio.

Anche sul Golan l’offensiva siriana mise inizialmente in difficoltà le unità israeliane. La Siria schierò una forza numericamente superiore e riuscì a penetrare in alcune delle posizioni occupate da Israele. Per il comando israeliano la situazione sul fronte siriano risultava particolarmente delicata per la ridotta distanza tra la zona dei combattimenti e il territorio israeliano precedente al 1967.

Una sorpresa che mise in discussione l’intelligence israeliana

Israele non era completamente privo di informazioni sui preparativi egiziani e siriani. Movimenti di truppe erano stati osservati e nelle settimane e nei giorni precedenti erano arrivati diversi segnali di un possibile conflitto. Il problema riguardò soprattutto il modo in cui quelle informazioni furono interpretate.

Nell’apparato israeliano si era consolidata una valutazione successivamente indicata come Conceptzia. Secondo questa lettura, l’Egitto difficilmente avrebbe iniziato una guerra senza disporre delle capacità necessarie per colpire in profondità Israele e la Siria non avrebbe agito senza l’Egitto. La convinzione contribuì a sottovalutare segnali che, riletti dopo il 6 ottobre, apparvero molto più chiari.

La mobilitazione generale dei riservisti israeliani arrivò quindi soltanto quando l’attacco era ormai imminente. Lo Yom Kippur contribuì alle particolari condizioni di quella giornata, ma attribuire la sorpresa semplicemente alla festività religiosa nasconderebbe il problema principale: Israele aveva costruito una parte della propria strategia sulla convinzione che Egitto e Siria non fossero ancora disposti a iniziare una guerra.

Il successo iniziale dell’offensiva mise così in discussione una certezza nata dalla vittoria del 1967, quella di una superiorità militare capace di scoraggiare un nuovo attacco arabo.

La risposta israeliana

La situazione cominciò a cambiare con la mobilitazione delle riserve israeliane. Sul Golan l’avanzata siriana venne fermata e le forze israeliane recuperarono il terreno perso, spingendosi successivamente oltre la precedente linea di cessate il fuoco.

Sul fronte egiziano la situazione rimase inizialmente più favorevole al Cairo. Le unità egiziane mantennero le teste di ponte a est del Canale di Suez sotto la protezione dei sistemi antiaerei. Quando il comando egiziano decise di estendere l’offensiva più profondamente nel Sinai, una parte delle forze corazzate si allontanò però dalla copertura più efficace e subì perdite pesanti.

Israele sfruttò quindi un varco tra la Seconda e la Terza Armata egiziana. Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre alcune unità israeliane attraversarono il Canale di Suez nella direzione opposta, raggiungendo la sponda occidentale. L’operazione permise all’esercito israeliano di colpire le retrovie egiziane e, nella fase conclusiva della guerra, di accerchiare la Terza Armata.

L’andamento militare fu quindi profondamente diverso tra l’inizio e la fine del conflitto. Egitto e Siria riuscirono a sorprendere Israele e a ottenere importanti risultati iniziali; Israele recuperò successivamente l’iniziativa e concluse i combattimenti in una posizione militarmente più favorevole. Ridurre la guerra alla sola situazione sul campo al momento del cessate il fuoco, tuttavia, non permette di comprenderne completamente le conseguenze politiche.

Le superpotenze entrano nella guerra

Il conflitto si svolse dentro gli equilibri della Guerra fredda. L’Unione Sovietica aveva fornito ingenti quantità di armamenti all’Egitto e alla Siria, mentre gli Stati Uniti rappresentavano il principale sostegno internazionale di Israele.

Quando le perdite iniziarono a consumare rapidamente le scorte degli eserciti coinvolti, Mosca avviò nuovi rifornimenti ai propri alleati. Israele chiese a sua volta un maggiore sostegno agli Stati Uniti dopo le difficoltà dei primi giorni. L’amministrazione Nixon autorizzò il ponte aereo americano e gli aerei con nuovi armamenti iniziarono ad arrivare il 14 ottobre.

Il sostegno statunitense contribuì alle capacità israeliane durante la seconda fase della guerra, mentre il rifornimento sovietico sostenne gli eserciti arabi. Il rischio era che il confronto tra gli alleati regionali trascinasse progressivamente Washington e Mosca verso uno scontro più diretto.

Quando Israele attraversò il Canale di Suez e la situazione militare egiziana peggiorò, la necessità di fermare i combattimenti divenne ancora più urgente. Stati Uniti e Unione Sovietica elaborarono una proposta congiunta che portò alla Risoluzione 338 del Consiglio di sicurezza, approvata il 22 ottobre 1973. La risoluzione chiedeva il cessate il fuoco, l’applicazione della Risoluzione 242 e l’avvio di negoziati per una pace duratura.

I combattimenti continuarono anche dopo il primo cessate il fuoco. Il giorno successivo la Risoluzione 339 chiese nuovamente l’interruzione delle operazioni e il ritorno delle forze alle posizioni occupate nel momento in cui il cessate il fuoco avrebbe dovuto entrare in vigore. Il 25 ottobre il Consiglio di sicurezza approvò la Risoluzione 340 e istituì una nuova forza di emergenza delle Nazioni Unite, UNEF II.

Il petrolio diventa uno strumento politico

Mentre gli eserciti combattevano, la guerra produsse conseguenze economiche molto lontane dal Medio Oriente. I Paesi arabi produttori di petrolio utilizzarono le esportazioni energetiche come strumento di pressione verso gli Stati occidentali che sostenevano Israele.

È importante distinguere due organizzazioni spesso confuse nel racconto della crisi. L’OPEC comprendeva produttori arabi e non arabi, mentre l’OAPEC riuniva i Paesi arabi esportatori di petrolio. Furono questi ultimi a utilizzare riduzioni della produzione ed embarghi selettivi come strumento politico durante il conflitto.

Gli Stati Uniti furono tra i Paesi colpiti dall’embargo. La crisi contribuì al forte aumento dei prezzi dell’energia e mise in evidenza la dipendenza delle economie industrializzate dal petrolio mediorientale. Le conseguenze si estesero ai trasporti, alla produzione industriale, all’inflazione e alle politiche energetiche.

La guerra del Kippur mostrò così che l’occupazione dei territori arabi e il conflitto regionale potevano produrre effetti capaci di raggiungere direttamente le economie europee e nordamericane.

Il significato della guerra per l’Egitto

Dal punto di vista strettamente militare, l’Egitto concluse il conflitto con la Terza Armata accerchiata e con forze israeliane presenti a ovest del Canale di Suez. Eppure il significato politico assunto dalla guerra nella storia egiziana fu molto diverso da quello suggerito dalla sola fotografia delle posizioni militari finali.

L’attraversamento del canale aveva dimostrato che le posizioni israeliane nel Sinai potevano essere superate. L’esercito egiziano aveva cancellato almeno in parte il peso della sconfitta del 1967 e Sadat aveva ottenuto il risultato politico fondamentale che cercava: il mantenimento indefinito dello status quo era diventato molto più difficile.

La guerra riportò il Sinai al centro della diplomazia internazionale e creò un nuovo rapporto tra il Cairo e Washington. Già nel novembre 1973, attraverso la mediazione statunitense, Egitto e Israele raggiunsero un accordo in sei punti che affrontava il cessate il fuoco, i rifornimenti alla Terza Armata, lo scambio dei prigionieri e l’avvio di discussioni sulla separazione delle forze.

La strategia egiziana può quindi essere letta anche attraverso il rapporto tra guerra e negoziato. Sadat non riconquistò militarmente l’intera penisola nel 1973, ma modificò le condizioni politiche che fino a quel momento avevano impedito di ottenerne la restituzione.

Israele e la fine delle certezze del 1967

In Israele la memoria della guerra prese una direzione quasi opposta. L’esercito aveva recuperato terreno e concluso il conflitto in condizioni militarmente favorevoli, ma questo risultato non cancellò la sorpresa del 6 ottobre né le perdite subite nelle prime giornate.

La convinzione che la superiorità militare israeliana fosse sufficiente a scoraggiare un nuovo attacco arabo venne profondamente ridimensionata. Le polemiche investirono l’intelligence, il comando militare e il governo di Golda Meir. La Commissione Agranat venne istituita per indagare sulle carenze precedenti alla guerra e le responsabilità divennero oggetto di un lungo confronto pubblico.

Golda Meir lasciò la guida del governo nel 1974. Tre anni più tardi il Likud di Menachem Begin vinse le elezioni, interrompendo il lungo predominio delle forze laburiste. Sarebbe eccessivo attribuire quel cambiamento esclusivamente al conflitto del 1973, perché la trasformazione politica israeliana aveva cause sociali e politiche più ampie. La guerra contribuì tuttavia a indebolire la fiducia nell’establishment che aveva governato Israele nei decenni precedenti.

Il contrasto con la memoria egiziana è evidente. Per Israele il 1973 rimase legato soprattutto alla sorpresa e agli errori precedenti alla guerra; per l’Egitto l’attraversamento del Canale di Suez rappresentò il recupero dell’iniziativa dopo la disfatta del 1967.

La questione palestinese rimase irrisolta

La guerra fu combattuta principalmente per obiettivi territoriali egiziani e siriani. Sarebbe quindi improprio descrivere l’offensiva del 1973 come una guerra combattuta principalmente per la liberazione dei territori palestinesi. Il Sinai era la priorità di Sadat e il Golan quella di Assad.

La questione palestinese apparteneva però alla stessa eredità territoriale del 1967. Israele aveva occupato anche la Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, territori che non furono restituiti attraverso il percorso diplomatico seguito alla guerra del Kippur. La Risoluzione 242 rimase uno dei riferimenti delle successive trattative e la Risoluzione 338 ne richiese esplicitamente l’applicazione dopo il cessate il fuoco del 1973.

Questa differenza divenne particolarmente evidente negli anni successivi. L’Egitto riuscì progressivamente a trasformare il risultato politico della guerra in un negoziato bilaterale sulla restituzione del Sinai, mentre la condizione dei territori palestinesi occupati seguì un percorso completamente diverso.

Sadat a Gerusalemme

Negli anni successivi alla guerra, Sadat modificò profondamente la politica internazionale egiziana. Ridusse la dipendenza dall’Unione Sovietica e costruì un rapporto sempre più stretto con gli Stati Uniti, individuando in Washington il principale interlocutore capace di esercitare pressione su Israele.

Nel novembre 1977 compì una scelta che pochi anni prima sarebbe apparsa difficilmente immaginabile. Si recò a Gerusalemme e parlò davanti alla Knesset, diventando il primo leader arabo a effettuare una visita ufficiale in Israele. Il gesto aprì la strada ai negoziati diretti.

L’anno successivo il presidente statunitense Jimmy Carter invitò Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin a Camp David. Il 17 settembre 1978 furono firmati due accordi quadro. Uno riguardava un progetto più generale per la pace in Medio Oriente, comprendente disposizioni relative anche alla Cisgiordania e a Gaza; l’altro stabiliva le basi per il futuro trattato tra Egitto e Israele. Camp David, dunque, non rappresentò ancora la firma della pace definitiva.

Il trattato arrivò il 26 marzo 1979. Israele accettò di ritirare le proprie forze e i propri civili dal Sinai fino al confine internazionale e l’Egitto avrebbe recuperato la piena sovranità sulla penisola. Il trattato pose inoltre formalmente fine allo stato di guerra tra i due Paesi.

Il ritiro israeliano dal Sinai venne completato nel 1982. Quello che l’Egitto non era riuscito a ottenere attraverso la guerra del 1967 e gli anni successivi venne quindi raggiunto attraverso un processo nel quale l’offensiva del 1973 aveva modificato le condizioni politiche di partenza.

Il Golan seguì un’altra strada

La Siria non ottenne un risultato analogo. Dopo la guerra venne raggiunto un accordo di disimpegno e fu creata una zona di separazione controllata dalle Nazioni Unite, ma la maggior parte delle Alture del Golan conquistate nel 1967 rimase sotto controllo israeliano.

I percorsi di Egitto e Siria si separarono progressivamente. Sadat scelse il negoziato bilaterale e il riavvicinamento agli Stati Uniti; Assad mantenne una posizione differente e non arrivò a un trattato di pace con Israele.

La divergenza mostra anche i limiti della lettura della guerra del 1973 come un unico progetto arabo. Egitto e Siria avevano coordinato l’offensiva e condividevano l’obiettivo di recuperare territori occupati da Israele, ma le rispettive strategie politiche avrebbero preso direzioni molto diverse una volta terminati i combattimenti.

Una guerra che modificò il dopoguerra del 1967

La guerra del Kippur non restituì immediatamente i territori occupati e non risolse il conflitto arabo-israeliano. Cambiò però una situazione che per sei anni era apparsa difficilmente modificabile. La vittoria militare israeliana del 1967 aveva prodotto nuovi confini di fatto e una forte convinzione della superiorità delle proprie forze armate. L’attacco del 6 ottobre dimostrò che quel predominio non era sufficiente a garantire la permanenza dello status quo senza nuovi conflitti.

Per l’Egitto, il risultato più importante arrivò negli anni successivi. La guerra riportò il Sinai al centro della diplomazia, modificò il rapporto con gli Stati Uniti e contribuì a creare il percorso che terminò con il trattato del 1979 e il successivo ritiro israeliano. Per la Siria la questione territoriale rimase invece irrisolta.

Anche sul piano internazionale le conseguenze superarono largamente le tre settimane di combattimenti. Stati Uniti e Unione Sovietica arrivarono a confrontarsi attraverso il sostegno ai rispettivi alleati, i Paesi arabi produttori di petrolio mostrarono la capacità di utilizzare le risorse energetiche come strumento di pressione e le Nazioni Unite tornarono a collegare il cessate il fuoco all’applicazione della Risoluzione 242.

Il 6 ottobre 1973, quindi, Egitto e Siria non tentarono semplicemente di infliggere una sconfitta militare a Israele. Cercarono di modificare con la forza una situazione territoriale prodotta dalla guerra del 1967 e rimasta immutata per sei anni. Il risultato militare fu contraddittorio, mentre quello politico fu differente per ciascuno dei protagonisti. Il Sinai sarebbe tornato sotto piena sovranità egiziana attraverso il successivo trattato di pace; il Golan avrebbe seguito un’altra storia e i territori palestinesi occupati nel 1967 sarebbero rimasti fuori dalla soluzione bilaterale raggiunta tra Cairo e Israele.

Tags: EgittoIsraelekippurSiriaYom Kippur
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