La violenza che non fermò Artemisia Gentileschi, donna e pittrice

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Artemisia Gentileschi (1593-1654) è una delle poche donne della Storia che ha avuto “il privilegio” di essere ricordata e riconosciuta come pittrice. La pittura, infatti, fino a poco tempo fa era considerata una questione solo maschile.

Le virgolette sono volutamente ironiche per sottolineare l’assurdità delle convenzioni sociali che, per secoli, hanno escluso anche dall’arte il genere femminile, se non come modello da ritrarre.

La storia di Artemisia Gentileschi è però ancora più complessa di così. Non è stata infatti solo una donna pittrice dal grande talento, in stretto contatto con le più grandi personalità dell’epoca, dal calibro di Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il Giovane.

Ma non è stata nemmeno solo la fautrice di un’arte pittorica che la critica ha spesso interpretato come il risultato delle sue turbolente vicende personali.

Un fatto terribile ha infatti segnato Artemisia Gentileschi profondamente. Nel 1611, quindi molto giovane, ha subito una violenza carnale da parte del suo insegnante di prospettiva, Agostino Tassi.

Lo stupro è stato solo l’inizio di una lunga violenza psicologica e fisica che la pittrice ha dovuto subire da parte dello stesso Tassi, ma non solo.

La legge e la società dell’epoca infatti non tutelavano sufficientemente le donne, le loro scelte e i loro diritti, anzi.

Per lo più la società e il patriarcato erano impegnati a relegarle in casa. Anche Artemisia infatti, inizialmente non ebbe alcuna possibilità di fruire dello stimolante scenario intellettuale ed artistico romano, dovendo imparare a dipingere soltanto in casa, sotto la guida del padre.

Tornando alla vicenda dello stupro che coinvolse Artemisia Gentileschi da giovane, vittima per giunta di uno stimato e fidato amico del padre, da sottolineare il fatto che la ragazza inizialmente tenne per sé il segreto della violenza subita.

Questo perché c’era una legge dell’epoca che permetteva di estinguere il reato di stupro con un matrimonio riparatore.

A questo proposito la pittrice divenne destinataria di promesse vane e false da parte di Agostino Tassi. Il suo aggressore le promise infatti ciò che non poteva mai avvenire, perché già sposato.

Il processo per violenza carnale venne a quel punto indotto dal padre della ragazza, proprio dopo aver saputo di questa impossibilità “riparatrice”.

Nonostante Artemisia Gentileschi fosse riuscita con coraggio a dimostrare quanto aveva subito, ottenendo anche una condanna per il suo aggressore, le conseguenze non furono facili.




Non bastò infatti la sua parola per certificare l’effettiva realtà dei fatti. Dovette sottoporsi a umilianti procedimenti, anche vere e proprie torture fisiche, alle quali non si sottrasse, dimostrando la veridicità di quanto sosteneva.

Dalle fonti emerge inoltre che furono create ad hoc delle false testimonianze per denigrarla, tristi voci che pesarono molto su di lei.

La costruzione di un’immagine di donna “tentatrice”, “dai facili costumi” si insinuò nell’opinione pubblica dell’epoca, incline a vedere quello che succedeva con gli occhi velati dai pregiudizi, senza guardare realmente.

Alcune fonti, come l’Enciclopedia delle Donne, mettono in guardia però dal considerare e ricordare Artemisia solo per la violenza subita e per il coraggio dimostrato.

La pittrice ha affrontato a testa alta il processo e le sue conseguenze, vincendo il tentativo di subordinazione grazie alla sua luminosa successiva carriera di pittrice.

Di certo il suo valore è incrementato per essere riuscita ad affrancarsi dall’autorità maschile, anche paterna. Ha affermato la sua persona come artista, in barba a chi aveva tentato di denigrarla, intimamente e socialmente.

La sua arte inoltre porta inevitabilmente i segni di una rivendicazione. I soggetti sono spesso personaggi femminili dei miti, che hanno la meglio sul genere maschile o comunque dimostrano la propria forza e determinazione. Basti osservare, ad esempio: “Susanna e i Vecchioni“(1610) o “Giuditta che decapita Oloferne” (1612-1613).

Artemisia era però prima di tutto una pittrice dal grande talento. Si può inoltre affermare che la sua arte l’abbia liberata dal peso di un oblio che molto spesso era riservato alle donne.

Nel tempo la critica si è troppo concentrata sulla vicenda personale dello stupro.

L’arte ha infatti permesso ad Artemisia di andare oltre e dimostrare il suo valore personale. Le ha permesso dunque esattamente l’opposto di ciò che una violenza cerca comunemente di fare, ovvero svilire e invalidare il valore di una persona, imponendo una forza e una subordinazione dalle quali è necessario ribellarsi.

Così ha fatto Artemisia, rinascendo pittrice dall’eccezionale talento, capace di superare i secoli di oblio e a conquistarsi un posto fuori dalla casa “prigione” delle donne.

La sua carriera artistica l’ha vista protagonista alla corte di Cosimo II de Medici. Fu la prima donna ad ottenere l’accesso all’Accademia di Disegno di Firenze. Si inserì molto bene anche nel panorama artistico romano, guadagnandosi stima e successo in un ambiente dominato dagli uomini.

Con la sua arte Artemisia Gentileschi contribuì alla posa di un fondamentale mattoncino per la costruzione del giusto posto che da secoli spetta a tutte le donne del mondo.

Claudia Volonterio

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