Ma perché Calenda si candida a sindaco di Roma?

Ieri sera, nel corso della trasmissione Che Tempo Che Fa, Carlo Calenda ha ufficializzato la sua candidatura a sindaco di Roma. Un annuncio importante soprattutto per le altre forze politiche e la loro scelta dei candidati da mettere in campo. Tralasciando però il profilarsi generale della corsa al Campidoglio, rimane da capire perché Calenda si candida a sindaco di Roma.


Candidarsi a sindaco di Roma non è l’aspirazione di nessuno, probabilmente nemmeno di Calenda

La capitale d’Italia è una patata bollente che nessun politico di primo piano si azzarderebbe a governare: il rischio è quello di bruciarsi reputazione, carriera e partito con meno di un mandato. Non a caso nei mesi scorsi abbiamo assistito al ‘No’ duro e deciso di chi, come Giorgia Meloni, avrebbe potuto conquistare il Campidoglio anche piuttosto facilmente, ma avrebbe poi dovuto rinunciare alla crescita su scala nazionale.





“Chi prende Roma si brucia” e quindi fino a ieri si parlava solo di candidati improbabili, primo fra tutti Giletti, con l’unico requisito di non aver mai fatto politica e di non tenerci troppo a farla in futuro. Le principali forze politiche sceglieranno qualcuno da cui potersi poi distanziare facilmente quando fallirà, perché tanto fallirà. Fallirà anche Calenda con il suo progetto di trasformare Roma in Parigi, Londra o Berlino nel giro di un mandato. Nessuno ad oggi però può dire se fallirà in piedi oppure cadrà miseramente.

Perché Calenda si candida a sindaco di Roma?

Le ipotesi sono due: o Calenda è convinto di vincere, o è convinto di perdere. In entrambi i casi ad attirarlo è soprattutto la visibilità mediatica che ha una candidatura per Roma, specialmente per un personaggio già molto presente nella stampa italiana nonostante il basso consenso politico reale.

Azione ha fin ora goduto dell’immagine immacolata di una forza politica che non ha mai governato, nonostante le esperienze di alto profilo del suo leader. Chi guarda Azione però difficilmente vede il governo Letta o quello Renzi. Calenda ha paradossalmente il potere di decidere che tipo di politico sembrare. Ha deciso quindi di diventare il candidato ideale di chi vuole disperatamente a ribadire la sua lontananza dal mondo degli ignoranti che cadono nelle trappole populiste. Una strategia che sicuramente non risolve il problema del populismo, non parla alla working class, ma si rivolge piuttosto alla confidustria presente e a quella futura, al mondo dell’impresa pronto a mettere il capitalismo davanti ai diritti, senza però dire “siamo a destra” per paura di essere messi accanto agli imbarazzanti personaggi amati dalla plebe.

Perché i romani dovrebbero votarlo? Quanto è veramente competente Calenda su Roma?

Per rispondere  basta fare riferimento al Curriculum Vitae di cui il leader di Azione si vanta tanto – e anche giustamente, considerando l’attuale classe parlamentare. Laurea in giurisprudenza, esperienze di governo con Letta e Renzi – in entrambi i casi nello sviluppo economico – e il lavoro con i big del capitale in Italia: Sky, Ferrari e sua maestà Confindustria. Un CV degno di nota per un futuro ministro del lavoro o dirigente aziendale, sufficiente per un parlamentare europeo, ma non per il sindaco di una città. Passare dalla politica (economica) nazionale e internazionale ad una politica (non solo economica) municipale, non è facile. Il discorso della competenza suona sempre bene nell’epoca post-ideologica ma è anche un arma a doppio taglio: se dici di essere competente come Presidente del Consiglio non puoi poi improvvisarti sindaco.

L’unica cosa chiara al momento è che Calenda vuole una Roma ricca, non migliore. Let’s make Rome great again.

Non c’è ancora stato il tempo per Azione e il suo leader di definire e comunicare il programma ai cittadini. Per ora si è parlato solo di quello che probabilmente sarà lo slogan di tutta la campagna: riportare Roma tra le capitali europee, riaffermare il suo ruolo in Occidente. La strategia retorica è da manuale: ricordare i fasti imperiali, il passato glorioso e prometterne il ritorno. Ricorda molto lo slogan di un signore che sta dall’altra parte dell’oceano. Con il suo “make Rome great again” Calenda sembra dimenticare che Roma non ha bisogno di tornare ad essere culla dell’occidente, ma di essere più vivibile. A volte basta puntare più in basso.

 

Marika Moreschi

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