Riyad Mansour ritira la candidatura alla vicepresidenza ONU dopo le pressioni degli Stati Uniti. Washington aveva minacciato di revocare i visti ai diplomatici palestinesi e di bloccare il trasferimento delle entrate fiscali destinate all’ANP. Ancora una volta diventa evidente il rapporto di dipendenza politica e diplomatica tra Ramallah e la Casa Bianca.
A cura di Andrea Umbrello
L’ottavo congresso di Fatah, svoltosi di recente a Ramallah, non ha dato vita ad alcuna discontinuità. Abu Mazen, alla guida del partito da vent’anni, ha consolidato ulteriormente la propria posizione, promuovendo figure come Majid Faraj, capo dei servizi segreti considerato vicino agli apparati di sicurezza americani e israeliani, e inserendo nel Comitato Centrale il figlio Yasser. Il congresso ha blindato una leadership che i sondaggi descrivono ai minimi storici. Oltre due terzi dei palestinesi chiede le dimissioni di Abbas. Marwan Barghouti, detenuto nelle carceri israeliane, è risultato il candidato più votato all’assemblea nonostante la prigionia e rappresenta, agli occhi di gran parte della popolazione, l’unica alternativa credibile a una dirigenza ormai distante dal proprio popolo.
Fatah ha corso praticamente da sola in molte città perché le altre fazioni hanno boicottato un voto considerato privo di reale contenuto democratico. La decisione arrivava pochi mesi dopo l’annullamento delle elezioni legislative e presidenziali del 2021, le prime previste dopo quindici anni. Abbas giustificò il rinvio con il mancato voto a Gerusalemme Est, ma la scelta venne letta da gran parte della società palestinese come il tentativo di evitare una sconfitta di Fatah. L’ANP aveva imposto ai candidati il riconoscimento di Israele e degli accordi di Oslo, rendendo le urne una sorta di test di fedeltà a un sistema che la maggioranza dei palestinesi considera ormai funzionale all’occupazione piuttosto che alternativo ad essa.
Nel frattempo Israele ha continuato a costruire insediamenti, demolire abitazioni e condurre raid in Cisgiordania. L’ANP risponde con dichiarazioni sulla soluzione a due stati che Tel Aviv rende ogni giorno meno praticabile. La destra israeliana al governo non sente più il bisogno di nutrire una finzione negoziale. L’Autorità viene considerata un ingombro da eliminare, più che uno strumento utile da amministrare. Per anni Israele aveva trovato conveniente tenere in vita l’ANP come schermo di legittimità, utile a simulare una disponibilità al negoziato mentre l’espansione coloniale proseguiva. Oggi quella convenienza è venuta meno e Tel Aviv preferisce il controllo diretto.
Riyad Mansour si è ritirato dalla corsa alla vicepresidenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo ha fatto dopo che Washington aveva minacciato di revocare i visti ai diplomatici palestinesi e di bloccare il trasferimento delle entrate fiscali trattenute da Israele, fondi che coprono il 60% del bilancio dell’Autorità Nazionale Palestinese. La dipendenza economica dell’ANP da quei trasferimenti rende ogni pressione americana immediatamente politica. Washington lo sa bene. La stessa amministrazione Trump aveva già negato nel 2025 i visti ad alcuni funzionari palestinesi alla vigilia dell’Assemblea Generale ONU, mutando l’accesso alle istituzioni internazionali in uno strumento diretto di pressione diplomatica.
Il documento interno del Dipartimento di Stato ottenuto da NPR spiega la ragione ufficiale addotta dagli americani. Mansour accusa Israele di genocidio a Gaza e un ruolo di leadership all’ONU gli offrirebbe una tribuna troppo visibile. Secondo il documento ottenuto da NPR, Washington temeva che Mansour potesse arrivare a presiedere sessioni ONU dedicate al Medio Oriente durante la prossima Assemblea Generale. Persino una vicepresidenza priva di poteri sostanziali viene ormai considerata dagli Stati Uniti uno spazio politico da sottrarre ai palestinesi. Il Libano prenderà il suo posto.
Era già accaduto a febbraio, quando Mansour aveva rinunciato alla presidenza dell’Assemblea Generale sotto analoga pressione americana. La sequenza ormai è riconoscibile. Washington chiede, Ramallah obbedisce. Ciò che cambia, di volta in volta, è solo la posta in gioco, mai la direzione del gesto.
La radice di questa attitudine va cercata lontano. Nel 2009 l’ANP decise di affossare il Rapporto Goldstone, il documento che raccoglieva le prove dei crimini di guerra israeliani commessi durante l’operazione Piombo Fuso, in cambio della promessa americana di riprendere i negoziati di pace. Quei negoziati non produssero nulla.
Anche nel 2011 Abbas evitò lo scontro diretto con Washington sulla richiesta di pieno riconoscimento della Palestina all’ONU, rallentando il percorso al Consiglio di Sicurezza davanti alla certezza del veto americano. L’occupazione avanzò indisturbata, gli insediamenti crebbero, ma Abbas aveva già scelto il ruolo di interlocutore affidabile per le cancellerie occidentali, e da quella scelta non si è più allontanato. Ramallah segue da decenni la stessa linea. Mostrarsi affidabile agli occhi delle potenze occidentali, anche sacrificando le aspettative della propria popolazione.
Un copione simile si è ripetuto nel 2020. Dopo aver annunciato la sospensione degli accordi di sicurezza e dei rapporti con Israele in risposta ai piani di annessione della Cisgiordania, Abbas tornò rapidamente alla cooperazione con Tel Aviv senza ottenere alcuna concessione effettiva. La decisione venne giustificata con il ripristino dei rapporti con l’amministrazione americana dopo la sconfitta elettorale di Trump. Dalla cooperazione di sicurezza ai dossier diplomatici internazionali, ogni frizione con Israele finisce puntualmente per rientrare.
Washington, dal canto suo, con Trump ha smesso persino di mascherare l’obiettivo. Chiudere la questione palestinese secondo condizioni imposte dagli Stati Uniti, lasciando Ramallah senza alcuna capacità reale di incidere sul risultato. Il diktat americano a evitare qualunque internazionalizzazione delle rivendicazioni palestinesi e a perseguire esclusivamente il percorso negoziale guidato dagli Stati Uniti non ha prodotto alcun risultato tangibile per la parte palestinese, ma Abbas lo ha seguito con costanza, rinunciando a ogni strumento alternativo di pressione internazionale.
Le vie legali davanti alle corti internazionali, le candidature alle cariche ONU, Tutto viene sacrificato per inseguire una legittimazione debole, ormai ridotta a pura formalità diplomatica. Abbas e i suoi diplomatici continuano a cercare riconoscimento nelle cancellerie straniere, perdendo sempre più contatto con la realtà del territorio che dovrebbero rappresentare.
















