Martiri: no, non lo sono tutti

Il martirio è il nuovo tema dell'agenda politica italiana

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I martiri arrivano dalle profondità della storia cristiana fino ai nostri giorni. Le pagine della nostra storia passata e recente sono colme del sangue di chi scelse il martirio, per fede, per idee, per passione.

Martiri vennero chiamate le prime vittime delle persecuzioni neroniane. L’origine giudiziaria del termine potrebbe offrire quantomeno una magra consolazione a chi, reduce dalle ultime vicende italiane, è posto dinnanzi alla ormai consolidata prassi dello stravolgimento semantico di matrice post televisiva e social network oriented. Prima di tramutarsi in testimone della fede, in confessor, il martire era il testimone della realtà, colui che in tribunale garantiva la verità degli avvenimenti spesso riferiti dall’accusato.





Poi arrivò Cristo e la croce e i martiri furono coloro che morirono col suo nome sulle labbra per mano dei persecutori. Ma il pensiero di un attaccamento così forte a qualcosa da pretendere la vita si fece largo tra gli eventi e divenne il marchio dei sacrificati. Ci è stata tramandata un’ampia lista di nomi di martiri laici. Sono gli stessi nomi che spesso grandeggiano sui cartelli delle nostre vie, o sui monumenti nelle nostre piazze.

Giacomo Matteotti è uno dei più diffusi in Italia. Il politico socialista morì per mano delle camice nere opponendosi all’avvento del ventennio fascista. Altri nel mondo sono legati da uno stesso filo. Imre Nagy il primo ministro ungherese ai tempi della rivolta del 1956 giustiziato due anni dopo a seguito della repressione armata sovietica. Negli USA la difesa dei diritti degli afroamericani porta i nomi del pastore Martin Luther King e del ruggente Malcolm X, assassinati nell’arco di pochi anni. Mentre è Harvey Milk, ucciso nel 1978 da due colpi di pistola alla testa, a ricorrere nel martirologio gay.

C’è chi, in un modo o nell’altro, ha portato la croce per tutti. Il sacrificio in nome del messaggio e la perdita in favore del ricordo. I martiri incarnano un’dea declinata al passato, come centri emozionali segnano il discrimine al di là del quale dovrebbe cominciare il nuovo. Come segni evidenti di discontinuità sono stati stimoli per la presa di coscienza di generazioni e perciò simboli di appartenenza.

Sono ormai argomento di dibattito da mesi i due processi a cui dovrebbero essere sottoposti rispettivamente il presidente statunitense Donald Trump e il senatore italiano Matteo Salvini. Il primo affronta una procedura di impeachement per presunte collusioni ucraine. Il secondo è indagato per il reato di sequestro di persona aggravato in merito al caso della nave Gregoretti e dei 131 migranti trattenuti a bordo per giorni lo scorso luglio.

Davvero è difficile capire cosa leghi questi fatti al martirio. Quale sia il monito per il futuro. Diventa difficile capire quanto presto si faccia a diventare martiri.

Paolo Onnis

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