Ora i “clandestini” sono diventati “clandestini infetti”

Di Giulio Cavalli


Ora i “clandestini” sono diventati “clandestini infetti”. È arrivata la pandemia ma la paura fomentata agitando l’immigrazione continua a infarcire la propaganda semplicemente evolvendosi per adattarsi al tempo e per sfruttare il presente. Sono i risultati della dell’VIII rapporto Carta di Roma 2020 (“Notizie in transito”) che è stato presentato oggi e che analizza la carta stampata, i telegiornali e i social network.

I quotidiani.

L’immigrazione per la carta stampata è sempre “crisi”, “emergenza”, tutto seguendo un linguaggio di guerra che serve a fomentare le divisioni e a nutrire la retorica di confini da difendere, dell’identità da preservare. Nell’anno del Covid sono uscite 834 notizie sulle prime pagine dei 6 quotidiani nazionali, con una riduzione del 34% rispetto al 2019. I due quotidiani che hanno dedicato più titoli al tema nel quinquennio 2015-2020 sono Avvenire e Il Giornale, due testate opposte per approccio al tema che confermano la polarizzazione sul tema. Il 53% dei titoli si concentrano sui flussi migratori: il migrante fa notizia soprattutto quando arriva via mare, i numeri ci dicono che esce 1 notizia ogni 4 persone sbarcate, le testate hanno dedicato in media 21,3 titoli al giorno su migranti e migrazioni passando da una media di 12,9 titoli al giorno nel mese di aprile in pieno lockdown fino alla media di 30,1 titoli al giorno nel mese di agosto. Nel 2020 si registra una significativa diminuzione dei toni allarmistici nella stampa: sono solo l’8% degli articoli. Il Giornale grida all’allarme nel 34% delle sue notizie (comunque in calo rispetto agli anno precedenti) mentre Avvenire è il quotidiano che accoglie il maggior numero di notizie rassicuranti. Tra le parole maggiormente evocative dei titoli del 2020 ci sono termini simbolici che rimandano agli sbarchi, al dibattito politico sul processo all’ex ministro dell’interno Matteo Salvini, alla questione sanitaria e pandemica, allo sfruttamento dei lavoratori stranieri specialmente nell’agricoltura. Si possono ritrovare quattro cluster, sfere semantiche e concettuale: l’accoglienza (che raccoglie il 15% dei lemmi e rappresenta la dimensione di emergenza umanitaria, di vittime in mare e di fatti di cronaca), il cluster dell’allarme (che è il più corposo occupando il 53% di tutti i lemmi e fa riferimento al rifiuto verso le migrazioni, alle tensioni internazionali e alla presunta emergenza sanitaria per la paura della diffusione del Covid-19), il lavoro (12%, soprattutto sulla questione dei braccianti agricoli) e il cluster della politica (che contiene il 20% dei lemmi e si concentra sui decreti sicurezza e sui processi di Salvini). In discontinuità con gli altri anni scompare il clistere della criminalità. Rimane sempre invece il termine “clandestino”, denigrante oltre che giuridicamente errato, che nel 2020 registra il dato più elevato degli ultimi cinque anni (1,5% dei titoli). Poi c’è la novità del migrante come veicolo di contagio: si tratta di ben il 13% dei titoli, con nuove categorie di stigmatizzazione che passano dal dubbio sull’origine del virus, il binomio immigrazione-malattie, le presunte regole differenziate per i migranti e il costo economico dell’assistenza sanitaria ai migranti.

I telegiornali in prima serata.

Nel 2020, complice l’emergenza sanitaria, la visibilità del fenomeno migratorio subisce una significativa contrazione: 2021 notizie nei primi 10 mesi dell’anno, la metà rispetto ai due anni precedenti. L’attenzione al tema rispetto agli anni precedenti è discontinua: presente nei primi due mesi dell’anno si allenta con la prima ondata del virus per tornare poi nei mesi estivi. Abbiamo sempre bisogno di paure, al rallentamento dell’una si riaccende l’altra. Il tema è sempre quello dei “flussi migratori” (per il 37%), seguito da “società e cultura” (27%) e “criminalità e sicurezza (con il 15%). Lo spazio per l’accoglienza invece è del tutto marginale (per il 4%) e spesso affiancato dal solito racconto emergenziale e problematico (come le “fughe degli immigrati” o il collasso dei centri di accoglienza).

Facebook.

È su Facebook che si agitano le notizie su migranti e Covid-19. Qui si rilanciano contenuti di cronaca che riguardano casi di positività tra migranti sbarcati o nei centri di accoglienza, fughe di migranti e proteste dei cittadini e riportano dichiarazioni di politici in merito all’emergenza Covid-migranti. Poco frequenti le condivisioni di articoli che riportano approfondimenti. Facebook non è luogo della complessità, la cornice della cronaca contribuisce ad accendere il tifo e a spingere una narrazione poco riflessiva. È tutto tifo: sono divisive le dichiarazioni degli esponenti politiche, è continuo il linguaggio emergenziale e allarmistico e continua la spersonalizzazione dei migranti descritti come un’entità plurale e narrati come merce da spostare. Minoritaria la componente di chi prova a fare contro-narrazione criticando la visione del migrante come infetto. Anche i giornalisti con largo seguito hanno pagine che sono luogo di opinioni e di riflessioni, a volte con veemente denuncia e scherno, aumentando lo scontro.

Twitter.

I migranti, sullo sfondo dell’emergenza sanitaria, continuano a essere sfruttati per creare una “retorica dell’altro” che li vede come un gruppo opposto e rivale. Il tema del blocco dei confini viene più o meno consapevolmente confuso con il blocco dei contagi, per il fatto che limitare la circolazione delle persone è uno dei pochi strumenti per arginare la pandemia. Creare una contrapposizione tra fatti (o presunti tali) con informazioni vaghe e spesso non veritiere.

Insomma siamo in piena pandemia ma l’arma dei migranti continua a essere agitata per concimare consenso. Come scrive Ilvo Diamanti:

«Così, dopo l’irruzione del Virus, gli immigrati hanno smesso di costituire un tema “dominante” dell’informazione. La loro presenza sulle prime pagine dei quotidiani è crollata, rispetto all’anno prima. Tanto più rispetto ad alcuni anni fa. In particolare, al biennio 2015-16. Lo stesso è avvenuto sui TG di prima serata. Nei quali gli immigrati hanno perduto visibilità. Sono divenuti una notizia fra le altre. Continuano a “fare notizia”, ma non sono più “la notizia”».

E quando se ne parla, se ne parla spesso male. Ancora.

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