Oriana Fallaci, la forza del carattere di un talento controverso

Quattordici anni fa, a Firenze, moriva Oriana Fallaci.

Scrittrice amata e giornalista audace, Oriana Fallaci  ha fatto la storia del giornalismo italiano. Nel corso della sua vita non ebbe paura di dire di no, di difendere le sue idee, di urlare al mondo il suo amore per la libertà.

Oggi, il ricordo di questa grande donna è immancabilmente legato alle posizioni dure, polemiche, a tratti discutibili, che ha assunto a partire dall’11 settembre 2001. Le sue dichiarazioni sull’Islam, sull’eutanasia e l’aborto, sul movimento No Global e sull’omosessualità provocarono reazioni discordanti in Italia e all’estero. Questo dibattito  sembra in qualche modo esaurire Oriana Fallaci e il suo pensiero. Ma la Fallaci non è solo questo. Molti non conoscono la sua vita avventurosa, il suo supporto alla Resistenza Italiana e  il suo contributo al giornalismo italiano. La sua spregiudicatezza e le storie che ha raccontato l’hanno resa famosa, oggetto di critiche e lodi che continuano ancora oggi.

La gioventù e l’esordio nel giornalismo

Oriana Fallaci nacque il 26 giugno 1929 a Firenze, da genitori fiorentini: “Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura. …. Quando mi chiedono a che paese appartengo rispondo: Firenze.”. Il padre, Edoardo, era un militante antifascista. E così Oriana, ancora ragazzina, prese parte alla resistenza come staffetta, con il nome di battaglia di Emilia: “Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata.”. Il suo impegno le valse in seguito un riconoscimento d’onore dall’Esercito Italiano.

In casa Fallaci il giornalismo era un vizio di famiglia: lo zio, Bruno Fallaci, era un noto giornalista e anche le sorelle si erano dedicate a questa carriera. Esordì giovanissima, lavorando per il quotidiano di Firenze Il Mattino dell’Italia Centrale, occupandosi di cronaca, cultura e spettacolo.

In bianco e nero, senza mezzi toni, il giornalismo di Oriana Fallaci si impose ben presto in un mondo tipicamente maschile, di cui divenne voce autorevole, graffiante e intraprendente.

Sempre in prima linea

Mossa dal desiderio di vedere la storia da vicino, ottenne di essere mandata in Vietnam nel 1967: fu l’unica inviata italiana presente al fronte. La sua penna tagliente raccontò la guerra nel libro “Niente e così sia”, dove assume un atteggiamento fortemente polemico sia nei confronti degli americani sia nei confronti dei vietcong.

Ormai consacrata al giornalismo politico e inviata di guerra, lasciò l’Indocina per testimoniare le rivolte che accesero gli Stati Uniti dopo le uccisioni di Martin Luther King e di Bob Kennedy. Nel 1968, in Messico per i Giochi Olimpici, rimase gravemente ferita da una raffica di mitragliatrice durante quello che sarà poi ricordato come il massacro di Tlatelolco, in cui morirono centinaia di giovani.

Negli anni successivi, la sua voce polemica e appassionata continuò a raccontare all’Occidente i sanguinosi conflitti e le guerriglie che nella seconda metà del novecento sconvolgevano l’Asia, il Medio Oriente e il Sud America.

“Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi nel cuore dell’intervistato”

Spinta da un’irriducibile sete di verità, riuscì a incontrare i potenti del mondo, regalando ai suoi lettori interviste che raccontano gli uomini e la Terra con uno stile spietato, segnato dal disperato bisogno di sapere e di capire. Giulio Andreotti, Gheddafi, l’ayatollah Khomeini, Yassir Arafat, Indira Gandhi, Pasolini, Sean Connery, Fellini sono solo alcuni dei famosi personaggi intervistati dalla Fallaci. Alcune delle sue interviste sono state raccolte nel libro “Intervista con la storia”, pubblicato nel 1974 e subito divenuto lettura obbligata.

“Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai”

Una tematica che le fu sempre cara è la donna e la sua condizione nel mondo e nella società. “Penelope alla guerra”, “Il sesso inutile”, “Lettera a un bambino mai nato” sono tutti testi in cui l’autrice si interroga e interroga su cosa significhi essere donna. A volte con un monologo intimo, delicato e struggente, a volte raccontando quelle donne private di ogni dignità e di ogni diritto che incontra nei suoi viaggi, esorta a prendere coscienza di sé. Invita a ribellarsi, a vivere la propria vita e a essere guerriere.

La vita privata

Brillante e non convenzionale, estrema non solo quando si trattava di raccontare la guerra, la Fallaci ebbe una vita personale tormentata e appassionante, segnata da momenti difficili -come gli aborti-, depressione e amori sconvolgenti.

Per Alfredo Pieroni, corrispondente conosciuto a Londra quando già era una giornalista affermata a livello mondiale, avrebbe lasciato tutto per dedicarsi alla casa e alla famiglia. In Vietnam conobbe François Pelou, con il quale condivise dieci anni di vita e di amore semiclandestino. Nell’agosto del 1973 conobbe Alexandros Panagulis, rivoluzionario e poeta greco perseguitato dal regime dei Colonnelli. Fu l’amore della sua vita e le venne strappato in un misterioso incidente d’auto il primo maggio del 1976. L’autrice non si stancò mai di descrivere l’episodio come un vero e proprio omicidio politico. Questo amore è stato narrato dalla Fallaci nelle pagine di “Un uomo”, pubblicato nel 1979. Conobbe poi a Beirut Paolo Nespoli, molto più giovane di lei. L’incontro fu fondamentale per il militare: la Fallaci lo esortò infatti a seguire il suo sogno di diventare astronauta.

L’alieno

Nel 1990, dopo la pubblicazione di “Insciallah”, che racconta delle forze italiane a Beirut nel 1983, la giornalista si ritirò nel suo villino di Manhattan, per dedicarsi al romanzo che avrebbe dovuto ripercorrere l’epopea della sua famiglia. Ci lavorò oltre 15 anni, senza mai vederne la pubblicazione. “Un cappello pieno di ciliegie” venne infatti pubblicato postumo dal nipote, Edoardo Perazzi.

Nel 1992, a Oriana Fallaci venne diagnosticato un cancro ai polmoni, “l’alieno” come lo chiamava. E così con coraggio, guerriera come era sempre stata, si ritrovò ad affrontare l’ennesima battaglia. D’altronde si era occupata di guerre tutta la vita. Nonostante la sua tenacia, vedendo la fine vicina, nell’estate del 2006 si fece portare a Firenze, per morire nella città in cui era nata: “Voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio.”. Si spense il 15 settembre 2006, a 77 anni.

La sua vita intensa, straordinaria, è il frutto della passione di una donna forte, disobbediente, che ha saputo far sentire la sua voce e la cui eco è giunta fino a noi.

“La vita è una condanna a morte. E proprio perché siamo condannati a morte bisogna attraversarla bene, riempirla senza sprecare un passo, senza temer di sbagliare”

– Oriana Fallaci –

 

Camilla Aldini

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