Cosa sta succedendo all’industria del petrolio durante il Coronavirus?

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Per capire come è possibile che il prezzo del petrolio sia sceso in picchiata durante la pandemia del coronavirus, è necessaria una premessa sul mercato del petrolio, una merce che è diversa e, per certi versi, uguale a tante altre. 





All’inizio della settimana, è uscito un dato che ha lasciato molti lettori perplessi. Il prezzo di riferimento del greggio al barile è sceso a 37,63 $ negativi. Sì, negativi. Significa che comprando 1000 barili di petrolio, l’ipotetico sceicco ti avrebbe fatto un bonifico da circa 37 mila dollari. Ora, prima di lanciarsi in trattative con gli emiri dal nostro divano, vale la pena considerare che mille barili sono circa cinque camion cisterna e che comprare il petrolio non è esattamente come fare shopping online su Zalando.

Prima di sollevare il telefoni, quindi, meglio interpretare il dato. Ci sono due modi di considerarlo, dal punto di vista tecnico e e da quello economico. Innanzitutto, quando si legge una notizia relativa al prezzo del petrolio, solitamente ci si riferisce al prezzo di un contratto a termine, che tecnicamente si chiama “future”, relativo al mese successivo.



Come si compra il petrolio?

Non si va al mercato e non si compra ora il petrolio in esposizione, ma ci si muove tramite contratti a termine. Si chiamano futures e sono accordi che permettono a investitori e produttori di merci di speculare sul prezzo futuro di un bene, chiamato in gergo asset. Si mette una sorta di data di scadenza, a un prezzo concordato al momento della creazione del contratto. Per esempio, il prezzo di un barile di petrolio è determinato in relazione alla domanda in tempo reale sulle piattaforme di trading, invece di interagire localmente con stazioni di rifornimento. Nel caso degli Stati Uniti, il prezzo si riferisce al costo medio del greggio in Texas occidentale, che si ottiene dalle strutture di stoccaggio di Cushing, in Oklahoma, il punto di intersezione dei principali gasdotti.



In questo mercato, si lavora per astrazione e dallo schermo di un computer per il mese successivo. Gli speculatori prevedono, le società tamponano i rischi nelle oscillazioni dei prezzi e le transazioni avvengono senza che nessuno abbia mai visto una goccia di petrolio.

Ah, quindi non posso comprare il petrolio ora per domani?

No. Quando si avvicina la data di scadenza del contratto, allora è il momento in cui si concretizza, vendendo ad acquirenti reali di petrolio, come le raffinerie. Martedì è stato il momento della concretizzazione per i contratti in scadenza a maggio. Venerdì il prezzo al barile era attorno ai 18 dollari, mentre lunedì è arrivato a quei famosi meno 37 dollari, per poi tornare a galla, con i 9,06 di martedì. Gli operatori hanno lavorato freneticamente per piazzare il petrolio che nessuno aveva richiesto o per cui, semplicemente, non c’era capacità di stoccaggio. Banalmente, se gli aerei non volano, le compagnie non hanno comprato carburante. Se le persone non guidano, non hanno bisogno di benzina. Questo è il riassunto dell’ultimo mese e mezzo in giro per il mondo. Praticamente la sintesi che lega indissolubilmente il coronavirus, il petrolio e il resto dell’economia, durante i prossimi mesi.

Un rallentamento necessario ma in ritardo

Il problema sta nel ritardo della riduzione della produzione del petrolio durante la pandemia del coronavirus. In breve, i produttori per un certo periodo hanno continuato a piazzare petrolio sul mercato come se nulla stesse accadendo, come se gli aerei stessero continuando a volare e le persone stessero guidando su e giù per il Paese. I magazzini, quindi, sono pieni di petrolio non comprato ed ecco il motivo dei prezzi a scadenza negativi: il mercato ha bisogno di svuotare i magazzini.

Come sono messi ora i Paesi produttori?

L’Iraq ha realizzato di non poter pagare milioni di lavoratori. Il Messico, che aveva in cantiere grandi progetti di sviluppo, si è trovato le carte in tavola ribaltate. L’Ecuador, per ora, sta sforbiciando gli stipendi dei membri delle istituzioni. La Nigeria è alla ricerca di qualcuno che le presti i quasi 7 miliardi di dollari di cui avrebbe bisogno. Il Venezuela, dal canto suo, è praticamente tenuto in vita artificialmente. Nella categoria eterogenea dei Paesi produttori di petrolio, si distinguono nettamente due gruppi: quelli che hanno un’economia diversificata, che può contare anche su un paracadute finanziario di un certo livello, come Russia, Stati Uniti e Arabia Saudita, e quelli che no, non ce l’hanno. Gli esperti ritengono che sarà proprio l’Iraq ad essere colpito più duramente dalle conseguenze economiche della pandemia. Circa il 90% delle entrate proviene dalle estrazioni petrolifere e questo mercato permette di sostenere un libro paga composto da 4 milioni di lavoratori, su uno stato che conta 37 milioni di abitanti. Il settore petrolifero iracheno sostiene ad esempio anche il sistema pensionistico e i sussidi per le fasce più disagiate.

L’effetto domino

L’arresto della domanda non ha riguardato solo il mercato del petrolio. Tutto ciò che non è attrezzatura medica (o lievito?) sembra semplicemente sospeso. Gli esperti consultati dal New York Times hanno già parlato dello scenario più prevedibile: il crollo deflazionistico, cioè un calo dei prezzi in conseguenza dell’eccesso di offerta di beni e servizi.

Il petrolio non è l’unico bene in picchiata durante il coronavirus. I contratti dello stesso tipo (sempre i cosiddetti “futures”) sul mais, ad esempio, sono diminuiti del 19% dall’inizio di febbraio.  Sempre secondo gli esperti del New York Times c’è comunque una buona notizia: da un certo punto di vista, la capacità produttiva non sparirà da un giorno all’altro. Il petrolio sarà ancora lì, quando l’economia si riprenderà. Mah, una consolazione che ha il sapore amaro dei sacrifici dei prossimi mesi.

E quindi la benzina?

Ma quindi significa che se vado a fare benzina il benzinaio mi pagherà? Ehm, no. Il prezzo della benzina che arriva nei nostri serbatoi è solo una delle tante conseguenze del prezzo del petrolio come materia prima. Bisogna infatti considerare tutta un’altra serie di costi: quelli di raffinazione, di trasporto, le tasse e le famigerate accise. In Europa, inoltre, il calo non è stato drastico come negli USA. L’indice del prezzo del petrolio venduto in Europa, il cosiddetto Brent, ha subito un calo di circa 40 dollari al barile. Ora siamo all’incirca attorno ai 20 dollari al barile. Un bel salto, certo, ma ancora decisamente sopra lo zero.

Un settore di riferimento per tutto il resto

Ma il mercato del petrolio è anche esemplificativo per il resto dell’economia: supponiamo di superare la bizzarra fase di prezzi negativi nei contratti di maggio. I cambiamenti nei consumi di petrolio da parte delle aziende o delle persone rischiano di dilungarsi per mesi o anni: meno viaggi aerei, più smart working e in generale meno spostamenti che impatto avranno? La situazione precedente alla pandemia potrà essere rapidamente ripristinata? Quanto ci metteremo a tamponare i danni lasciati dal tornado del coronavirus? Per far tornare i prezzi a un livello stabile, gli americani dovranno ridurre la produzione, ma in modo diverso rispetto a Russia e Arabia Saudita. In questi ultimi due Paesi produttori, i livelli di produzione sono decisi da società controllate dallo Stato ed è relativamente facile regolare il rubinetto. Negli Usa, a rischiare la bancarotta sono centinaia di aziende private. Conseguentemente, sono prevedibili fallimenti a catena, difficilmente tamponabili con l’intervento pubblico ipotizzato dal Governo USA a inizio marzo. E stiamo parlando degli Stati Uniti, la prima potenza mondiale.

 

Elisa Ghidini

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