Sporca, zozza, nera satira

Fonte: http://www.primaonline.it/2016/09/02/243204/sugo-di-pomodoro-come-sangue-e-strati-di-lasagne-come-le-macerie-charlie-hebdo-parla-a-modo-suo-del-terremoto-in-italia/
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Mi è già capitato di occuparmi di satira e non so se si tratti di un ultimo romanticismo nesso e connesso a quelle tematiche che mi stanno più a cuore, o vano idealismo, tuttavia oggi non posso fare a meno di essere ripetitiva e, in qualche modo pronta a dire la mia.

Avevo parlato nella fattispecie, poco tempo fa, di un murales, “Ripescato dal mare”, realizzato presso la Stazione FS di Riace Marina, che raffigura il volto di un bronzo e quello di Salvini: nel paese diventato celebre in un primo momento per il ritrovamento nelle acque del suo mare dei bronzi e, negli ultimi anni, in quanto comune simbolo internazionalmente riconosciuto dell’accoglienza, la beffa a chi continua a gridare in preda a un fanatismo populista di riportare i migranti “a casa loro!”

La differenza con oggi è l’assenza di una dubbia moralità, ragion sociale connessa alla ragion politica. Si trattava, allora, di satira politica.

Di fatto, la satira ha varie sfaccettature. La conosciamo bene in Italia quella politica, Luttazzi come il suo caso è discretamente celebre e la caccia alle streghe fatta in Rai qualche anno fa, da una buffa Inquisizione, molto simile alla, definita, “riorganizzazione” di Rai3 quest’anno, con una strategia degna di un ripescaggio de “L’arte della guerra” di Sun Tzu e dei suoi modus operandi di assedio (“…riuscire a prendere Tutto-Sotto-Il-Cielo: così, non dovrai mantenere le truppe di occupazione e i tuoi profitti saranno assoluti.”)

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Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/11943906/fatto-quotidiano-travaglio-vignetta-boschi-stato-delle-cosce.html

La satira politica è quella usata da Mannelli nella sua vignetta ritraente il ministro Boschi, “Lo stato delle cos(c)e”, le cui polemiche su un sessismo che, da donna, francamente, non colgo, hanno ossessionato non pochi profeti del pudore pubblico. Mannelli risposte poi dicendo: “Sessismo? Non so se ridere o piangere. Non c’è nulla da difendere. Possono dire tutte le sciocchezze che vogliono. Trovo che lo stracciamento di vesti da parte del presidente della Camera sia ridicolo…I disegni possono anche offendere…la cosa essenziale è prenderne la responsabilità. Se Maria Elena Boschi si è sentita offesa dalla mia vignetta può anche telefonarmi, magari mandandomi a quel paese…Tutti presero le distanze dal vignettista, una presa di posizione generalizzata che mal si coniuga con un giornalismo libero di esprimersi.

Ma questa è un’altra storia, densa di questioni che oggi non trovano modo e tempo per essere affrontati. Certo è che all’interno di una vicenda così delicata si coniugano molteplici temi, tutti ripescati dallo stesso filone.

Charlie Hebdo diventa famoso agli occhi del mondo il 7 gennaio 2015, quando un attentato alla sua sede provocò 12 vittime e la comunità internazionale, in quell’istante, si strinse tutt’attorno, mostrando la propria vicinanza in molteplici dimostrazioni. Quella più in voga era sul web, impazzava sui social network ed è rimasta celebre, tanto da rendere popular di lì in avanti il suo iniziale jesuis, ripetuto ogni qual volta circostanze drammatiche si sono successe. Una forma semplice per dire “vi sono vicino”, “sto con voi”.

Probabilmente pochi videro quali fossero le vignette sotto accusa che avessero scatenato l’ira funesta del terrorismo internazionale. Ma tutti erano d’accordo sulla supremazia della libertà di espressione come elemento essenziale alla democrazia.

Quest’ultima asserzione non è poi la conclusione di un imperativo morale nato al momento della tragedia. Basti pensare che la Freedom House, organizzazione non governativa che studia, promuove, analizza e stende le sue relazioni, i suoi rapporti relativamente alla qualità della democrazia, del rispetto dei diritti umani e delle libertà politiche nei vari Stati, ha tra i suoi parametri di ricerca la libertà di espressione.

Qualche giorno dopo, impazza sul web una vignetta che sbeffeggia il cristianesimo: polemica. Appena l’immagine si diffuse non tutti sanno si tratti di quella stessa satira rivolta alla religione mussulmana, ma soprattutto pochi sanno che l’autore è quello stesso giornale che ha subito l’attentato. Il jesuis rimane comunque vivo, anche se qualcuno inizierà ad annettere un “con riserva”.

Ma veniamo ad oggi.

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Fonte: http://www.primaonline.it/2016/09/02/243204/sugo-di-pomodoro-come-sangue-e-strati-di-lasagne-come-le-macerie-charlie-hebdo-parla-a-modo-suo-del-terremoto-in-italia/

L’immagine sotto accusa raffigura 2 persone, le ferite del primo “penne al sugo”, le ferite del secondo “penne gratinate” e la catasta dei corpi sommersi tra le macerie “lasagna”.

Si chiama “black humor” e chiaramente non è bello. Lo voglio dire nella maniera più semplice, perché dubito serva un linguaggio aulico per esprimere un’idea banale e comune a tutti.

Si chiama “black humor” e non è divertente, ma è lo stesso che tocca le varie barzellette sugli ebrei o su chi è di colore, che possiamo ipocritamente dire non esistere, ma al quale exploit a me è capitato più volte di assistere. Possiamo dire, molto onestamente, che siamo divertiti da questa satira senza scrupoli, senza ostentare finti moralismi, fin quando arco non trafigge. Che la satira può far male agli altri, ma non a noi. Oppure possiamo marcatamente affermare “questa vignetta mi fa schifo”, senza troppe polemiche che mal si conciliano con quanto facciamo, mettendo da parte uno spirito nazionalista che si manifesta con indignazioni infantili e mai rivolte a quel che davvero conta. Si discute di referendum, si discute di riforma costituzionale, di accentramento del potere dello stato e limitazione dell’espressione della cittadinanza, di vicende che toccano direttamente ogni singolo italiano e la polemica senza tregua e rivolta a una vignetta che altro non è che inchiostro su penna?

Vedete, la satira, le cui forme sono innumerevoli, è questa. La satira è irriverente, irrispettosa, provocatoria, sadica, cinica, nera, sgradevole, inarrestabile, non conosce limiti.

E Charlie Hebdo è sempre stato questo. Lo era prima del 7 gennaio 2015, lo è stato dopo, lo è tutt’ora. Un giornale irriverente che va per la propria, che con insolenza sfacciata mostra la sua libertà d’espressione, ma che tuttavia non è insensibile. La sensibilità si coglie nella capacità di trovare quell’elemento che, se non fosse tutto inesorabilmente tragico, susciterebbe addirittura ilarità.

E cogliere l’essenziale, forse semplicemente non è da tutti:

In origine era un cumulo di macerie tra costruzioni di pasta frolla.

 

Di Ilaria Piromalli

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