Sud America: storia di un continente martoriato da instabilità e ingerenze

Le elezioni in Bolivia sono l'ennesimo capitolo di un racconto avvilente del Sud America

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L’analisi dell’ultimo voto boliviano apre un altro scenario inquietante. L’ennesima pagina buia nella storia del Sud America.

«Certamente il broglio elettorale è un problema serio ma basarsi su test non verificati come prova crea un serio rischio a qualunque democrazia», J. Curiel, J.R. Williams, Washington Post, 27 febbraio 2020.

La frase scelta da Curiel e Williams a chiudere l’analisi statistica del voto autunnale boliviano, riassume in maniera potente un concetto semplice. Valore troppo spesso messo in secondo piano nell’analizzare la condizione del Sud America dall’esterno. Confutando le basi del report sui presunti brogli, prodotto dall’OAS (Organization of American States), i due giornalisti fanno luce sull’ennesima inquietante pagina buia dell’America Latina. Un racconto contemporaneo scritto a partire da concetti di quasi 200 anni fa.

Dottrina Monroe e l’amico statunitense

All’inizio dell’Ottocento la giovane Confederazione statunitense proseguiva il percorso di emancipazione come moderno stato occidentale. Processo compiuto sotto tanti aspetti. Per la politica internazionale degli Stati Uniti, a tracciare la rotta fu una dichiarazione fatta nel dicembre del 1823 da James Monroe. Il 5º Presidente statunitense sancì l’idea di superiorità continentale americana. Il principio, definito davanti al Congresso, intendeva liberare gli Stati Uniti dalle questioni tra Stati europei. Monroe stabilì al contempo  la volotà di non permettere alle potenze coloniali di bloccare i processi indipendentisti che infiammarono il Sud America in quei decenni.

Stabilendo la legittimità dei moti indipendentisti nel continente, Monroe stabilì il ruolo statunitense di leader e garante degli equilibri nel “Nuovo Mondo”. Su questa base, gli Stati Uniti rafforzarono gradualmente la propria sfera egemonica sull’area, adattando la Dottrina Monroe all’espansione imperialista.

Anticomunismo e dittatura

Mutazione dell’idea di leadership in Sud America avvenne in occasione del Secondo Dopoguerra. La delineazione di sfere di influenza aveva sancito un fragile equilibrio specialmente nel Vecchio Continente. La Rivoluzione cubana (1956-1959) e la nascita del governo guidato da Fidel Castro, diedero ulteriore linfa a sentimenti anticomunisti germogliati nella società statunitense negli anni 50 (la nazione visse un periodo di acceso anticomunismo noto col nome di Maccartismo, dal nome del senatore Joseph McCarthy).

Cuba rappresentava un’eccezione nella geografia dei blocchi contrapposti. L’anticomunismo servì da collante per il consolidamento di rapporti tra personalità politiche, apparati militari, servizi di sicurezza ed esponenti dell’eversione nera. Mediante convegni e scuole di formazione, furono trasmesse le conoscenze maturate da Francia e Stati Uniti nella “guerra sporca” quale lotta serrata a movimenti e gruppi di protesta.

Il Sud America cadde quasi interamente nello stato di eccezione creato con colpi di stato civico-militari che bloccarono la vita civile nei Paesi. A. Stroessner fu il primo a consolidare il proprio potere partendo dalla politica. Il generale, eletto quale espressione del Partido Colorado impose la più lunga delle dittature latinoamericane (1954-1989). 10 anni più tardi fu la volta del Brasile. Nell’arco di tre anni caddero nel baratro del regime Bolivia (1971), Uruguay (febbraio 1973) e Cile (settembre 1973). Nel 1976 Evita Peron consegnò invece l’Argentina alla giunta del generale Videla.

L’ombra del Condor sul Sud America

L’assalto al governo di Salvador Allende per mano delle Forze Armate e del generale Augusto Pinochet, fu un evento decisivo per la creazione di un coordinamento sovranazionale, definito dai membri Plan Condor. Manuel Contreras, capo della DINA (servizio segreto cileno e braccio armato di Pinochet), invitò leader e servizi degli alleati vicini per collaborare nell’annientare ogni forma di resistenza nei rispettivi Paesi.

Basandosi sul monopolio della forza e lo stato di eccezione imposto, l’alleanza anticomunista annichilì non solo i gruppi di lotta armata. L’intera società visse sotto il terrore della desaparición e della tortura. Concetti impiegati con il preciso scopo di annullare ogni possibilità di esistenza a tutti i spospettati di essere legati al socialismo. Il Plan Condor espanse la propria azione anche a campagne mediatiche, per camuffare la situazione interna agli occhi del mondo e ad omicidi di esponenti di rilievo delle forze ostili alla dittatura.

Omertà e ipoteca sul futuro latinoamericano

Il passaggio del potere nei rispettivi Paesi rappresenta l’ultima fase del piano dittatoriale. Oltre all’occultamento delle prove dei crimini, le gerarchie impostarono il passaggio a una nuova fase democratica ponendo condizioni gravose. L’impunità era assolutà priorità. La minaccia di nuovi colpi di stato rimase sempre presente per i nuovi governi, rendendo ancor più complicato il percorso di ricerca di verità di associazioni e commissioni d’inchiesta. La scoperta di archivi (come il paraguayano Archivo de Terror) consentirono di mantener viva la lotta di sopravvissuti e familiari. Anche grazie a processi internazionali come quello aperto a Roma sui crimini del Plan Condor è stato possibile fare luce sui fatti.

Il presente e i suoi enigmi

Il rovesciamento della situazione boliviana rappresenta solamente l’ultimo degli episodi di instabilità negli ultimi 20 anni. L’Argentina, dopo il tracollo finanziario del 2000, ha vissuto una situazione politica di alternanza costellata da scandali e faticose lotte civili. In Brasile, mediante manovre parlamentari, Jair Bolsonaro ha posto fine alla tradizione socialista di Lula e Rousseff. Persistono le tensioni anche in Venezuela. La morte di Hugo Chavez e la riapertura del dialogo tra Stati Uniti e Cuba, hanno complicato la situazione dell’unica nazione a respingere l’invito di collaborazione al Plan Condor. Prosegue la protesta in Cile. Il governo Piñera oltre a dichiarare lo stato di emergenza ha dispiegato le forze armate per sedare le proteste sul caro vita. Inquietante il bilancio di morti, feriti e arrestati.

La Bolivia si appresta al nuovo turno elettorale di maggio dopo l’escalation autunnale. Quasi sicuramente anche il governo venezuelano di Maduro tornerà ad occupare uno spazio primario nella cronaca internazionale. Resta solamente un interrogativo per l’area: riuscirà mai l’America Latina a liberarsi dalle catene imposte da ingerenze e destabilizzazioni per raggiungere la propria autodeterminazione politica teorizzata quasi duecento anni or sono?

 

Fabio Cantoni

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