Suicidio di Stato. Morire di CPR, dove muore anche l’Europa

Mai più Lager – No ai CPR


Morire di CPR come Musa Balde, dopo essere stato massacrato a sprangate e bastonate in un’aggressione squadrista.


Considerate se questo è un suicidio. Impiccarsi in una stanza del Cpr di Torino, dove si sta scontando un periodo di isolamento all’interno di un carcere per persone straniere. Un non-luogo dove si è immersi nel nulla, in uno spazio senza significato il cui unico scopo è il rimpatrio – leggasi deportazione – di chi è straniero e porta l’insormontabile colpa di non possedere un permesso di soggiorno. Un pezzo di carta.
Considerate se è un suicidio esservi condotti dopo essere stato massacrato a sprangate e bastonate in un’aggressione squadrista, in un’esplosione di violenza scatenata dal tentativo, reale o inventato che sia, del furto di un cellulare. Considerate la profonda disperazione che può portare a togliersi la vita a soli 23 anni, in quella civile e democratica Europa nata dalle ceneri di una delle più grandi violazioni dei diritti umani che la storia conosca. Quella stessa Europa che ha deciso di farsi promotrice dell’uguaglianza e della democrazia, giurando al mondo che avrebbe combattuto per far sì che non si ripetessero mai più certi orrori ben conosciuti.

Nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021 Musa Balde, un giovane ventitreenne originario della Guinea, si è tolto la vita nel silenzio della sua cella, impiccandosi con le lenzuola, dopo essere stato rinchiuso in un centro di permanenza per il rimpatrio. Rimasto da solo in isolamento, ufficialmente per motivi sanitari. In isolamento proprio come la precedente vittima del Cpr di Torino, morta nel luglio del 2019. Tutto ciò
avviene dopo aver subito un pestaggio disumano che ha permesso allo stato di sapere della sua condizione di “irregolarità”, condizione sufficiente per essere rinchiuso in un centro di detenzione amministrativa. Chissà se a qualcuno, lungo la burocratica e ordinaria filiera dei rimpatri, è venuto in mente che dopo un’aggressione di questo tipo la psiche di una persona potrebbe attraversare – eufemisticamente parlando –
qualche difficoltà. Chissà se qualcuno ha provato a pensare che una persona che probabilmente ha già camminato attraverso molteplici inferni, dai lager in Libia, al mediterraneo, all’Italia peggiore dei pestaggi in tre contro uno, forse non andava condannata all’ennesimo inferno dei lager nostrani, i Cpr. Evidentemente
no, nessuno che avesse un briciolo di potere decisionale ha avuto l’inarrivabile lungimiranza di opporsi a una simile ingiustizia, a una tale becera e noncurante idiozia amministrativa che è stata l’ultimo atto di quella perfetta macchina tritacarne che è il nostro ordinamento quando si tratta di “gestire l’immigrazione”.

Tutto ciò è passato inosservato perché Balde, per questo Stato, per questa Europa, non era una persona. Per questo Stato e per questa Europa la dignità di persona è uno status collegato a doppio filo con il possesso di un documento. L’identità di una persona si cancella insieme ai suoi sogni, alle sue vulnerabilità e alle sue paure, poiché senza quel pezzo di carta sei amministrativamente un completo nessuno e i completi nessuno
non hanno alcun diritto, perché non esistono. Allora morire diventa l’unica via d’uscita per affermare la propria esistenza e la propria lotta contro quella subdola, strisciante e quotidiana depersonalizzazione. Quella stessa imposizione depersonalizzante che ci eravamo illusi di aver debellato insieme al nazifascismo. È sempre più evidente che non è stato così, in maniera sempre più vivida e sempre più bruciante. Possiamo certamente commuoverci e ritrovare la poesia di un’umanità incerta in un abbraccio sulla spiaggia di Ceuta, anestetizzati dall’autoassolutoria immagine che ci suggerisce che “forse non siamo poi così male”. Possiamo credere alla bella favola degli argini alle destre e delle operazioni di marketing politico, come una “sanatoria” escludente e fallimentare o un mero abbellimento dei decreti sicurezza. Possiamo convincerci
che un cosiddetto “approccio umanitario”, che porta a gestire Cpr e navi quarantena, fino alla presenza nei lager libici, sia quanto di meno peggio si riesca a fare, che qualcuno comunque dovrà pur farlo. Possiamo autoconvincerci quanto vogliamo, ma tutto questo contribuisce esclusivamente al mantenimento e alla stabilizzazione di quel sistema repressivo che condensa nell’esistenza dei centri di permanenza per il
rimpatrio.

I Cpr sono, dalla loro comparsa sul territorio italiano fino ad oggi, un cancro giuridico dell’ordinamento, l’ultimo aberrante snodo di un razzismo sistemico che affonda le sue radici nell’ignoranza, ma che è costantemente fertilizzato dall’indifferenza. Il frutto di tutto ciò è, infine, il lager. Proprio in uno di questi posti è morto Balde, vittima di uno Stato doppiamente colpevole: per averlo rinchiuso senza che avesse alcuna colpa e per non aver dato alcun rilievo alla condizione di vulnerabilità di una persona vittima di un  tremendo pestaggio. Considerate quindi se questo è un suicidio o se si tratti invece di una scelta obbligata, di cui i mandanti sono lo Stato e l’Europa. Proprio per Balde e per tutte le numerose vittime di Cpr chiediamo ancora una volta e con voce sempre più alta che questi posti vengano chiusi. Tutti, immediatamente e per sempre.

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