Sussidi ambientalmente dannosi, in Italia serve una riforma

I sussidi ambientalmente dannosi rallentano la transizione ecologica. Abrogarli in maniera indiscriminata però rischia di generare disuguaglianze e, in tempo di crisi, di alimentare tensioni sociali. 

Uno degli ostacoli alla transizione ecologica è rappresentato dai sussidi ambientalmente dannosi (Sad). Ogni anno il ministero dell’Ambiente stila un catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi favorevoli (Saf). I Saf sono strumenti utili per disincentivare comportamenti individuali o imprenditoriali dannosi per l’ambiente.

Il ministero dell’Ambiente calcola che nel 2019 l’Italia ha speso circa 19,7 miliardi di euro in sussidi ambientalmente dannosi, di cui 17,7 miliardi in Sad alle fonti fossili – principalmente petrolio e gas metano – e 15,3 miliardi di euro in Saf.  Accanto ai Sad e ai Saf ci sono poi sussidi di “incerta classificazione”, per un ammontare di 8,6 miliardi di euro.

L’abolizione dei Sad, l’impegno assunto con l’accordo di Parigi

Tra gli impegni assunti con l’accordo di Parigi del 2015, c’è la rimozione dei sussidi ambientalmente dannosi entro il 2025. Nell’ultimo catalogo il ministero dell’Ambiente indica i vantaggi derivanti dall’abrogazione dei Sad ai combustibili fossili. Mettere fine a questi sussidi infatti significa generare un risparmio per le casse dello Stato.

Le risorse così ricavate servono a finanziare tre forme di spesa, fondamentali per accelerare il processo verso la green economy. Con un triplice effetto: agevolare un risparmio di bilancio, sovvenzionare le fonti di energia rinnovabili – eolico, solare, geotermico e idraulico – infine aiutare l’efficientamento energetico del settore industriale.

Effetti positivi anche sul mercato del lavoro. Le risorse che lo Stato ottiene abrogando i Sad ai combustibili fossili serviranno a tagliare il costo del lavoro qualificato, impiegato in settori meno energy-intensive favorendo così la transizione ecologica.

La rimozione dei Sad come politica ambientale

La commissione europea ha dichiarato di volere ridurre le emissioni inquinanti del 55 per cento entro il 2030. Per raggiungere un tale ambizioso obiettivo, le politiche che dovranno essere messe in campo dagli Stati membri devono necessariamente convergere sul rafforzamento o sulla introduzione – come è avvenuto in Germania – della carbon tax e sulla riforma dell’ Eu Ets, strumenti i cui effetti verrebbero vanificati senza la rimozione dei sussidi ambientalmente dannosi, soprattutto, quelli destinati ai combustibili fossili.

I sussidi possono essere diretti o indiretti. Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha dichiarato di volere aumentare le accise sul gasolio. Un provvedimento che è stato subito contestato, perché rischia di colpire solo i consumatori, soprattutto, in tempo di crisi.  Le tasse, i sussidi e le agevolazioni fiscali possono alimentare  disuguaglianze economiche e sociali.

Due anni fa in Francia, Emmanuel Macron, uno dei primi in Europa a volere puntare sulla transizione ecologica e sulla lotta al cambiamento climatico, aveva deciso di aumentare le accise sulla benzina. La  decisione diede il via a uno dei movimenti più controversi, i gilet gialli. A volte visti come il segnale di un malessere sociale, altre, invece come un fenomeno disgregato  che aveva ben poco a che fare con le difficoltà economiche generate anche dalla crisi del 2008.

I gilet gialli nacquero con l’intento di ostacolare il provvedimento di Macron. Migliaia di francesi, per lo più piccoli consumatori e lavoratori della classe media, residenti al di fuori della capitale francese, ma che ogni giorno erano costretti a utilizzare la macchina per i propri spostamenti personali e lavorativi, si sono ritrovati a dovere fare i conti con un provvedimento che li avrebbe danneggiati.

Con o senza crisi sussidi e tasse restano temi caldi per la politica

È accaduto in Francia. Avviene in Italia. L’aumento dell’accisa sul gasolio, tassata in misura minore rispetto alla benzina – una forma indiretta di sussidio – rischia di danneggiare ancora una volta i consumatori. Questo perché il gasolio inquina meno della benzina in termini di emissioni di CO2, ma è più impattante in termini di polveri sottili e ossido di azoto.

Nel 2000 il governo italiano, per ottenere maggiori entrate fiscali, decise di aumentare le accise sul carburante. Dietro non c’era altra finalità se non quella di ottenere maggiori introiti fiscali. La stortura fu quella di indicare una serie di categorie esenti, per esempio, gli autotrasportatori. Pronti alla rivolta se il provvedimento li avesse coinvolti.

Lo strumento del fisco è un ottimo deterrente per colpire un bene dannoso, la medesima strategia è stata usata per esempio per le sigarette.



Il mix tra carbon tax e Ets, perché funzioni serve abolire i sussidi ambientalmente dannosi

Il professore di economia alla Cornell University, Robert H. FranK,  sul New York Times ha spiegato quanto le politiche a favore dell’ambiente non siano impossibili. Gli strumenti, è vero, sono ancora pochi. Ma sono quelli che finora hanno funzionato meglio.  Ma perché non si crei un circolo vizioso, per l’adozione della carbon tax e la riforma dell’Eu Ets è necessario rimuovere sussidi o agevolazioni ai combustibili fossili. Insomma lo Stato deve smetterla di finanziarli.

Il professore americano spiega come una tassazione  progressiva sull’anidride carbonica immessa nell’atmosfera può essere utilissima per ridurre le bollette elettriche, agevolando il consumatore finale, o per finanziare lo sviluppo delle energie rinnovabili. La Germania è pronta ad adottarla.

L’effetto della riforma è duplice: disincentivare i combustibili fossili nel settore dei trasporti, che contribuisce tanto all’inquinamento atmosferico, e ridurre il riscaldamento domestico. Il professore americano ricorda anche come gli Ets siano utili a colpire le grandi industrie, gestori di centrali elettriche e industria pesante. Per questo riformarli in modo tale da evitare  qualsiasi sconto sull’inquinamento prodotto è indispensabile.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha promesso un riordino dei sussidi ambientalmente dannosi in una prospettiva “green”, attraverso la riforma del fisco su cui il governo sta discutendo. Il nostro Paese dovrà fare attenzione. In gioco c’è l’accesso alle risorse del Recovery Fund e il 37 per cento dei 200 miliardi dovrà essere destinato alla transizione ecologica.

Il paradosso dei sussidi ai petrolieri

Nel catalogo vengono riportate le risorse che lo Stato destina alle compagnie petrolifere. Compagnie che devono pagare delle royalties per lo sfruttamento dei giacimenti nazionali, da cui possono essere esentate in base alle leggi finanziarie – così è stato anche nella finanziaria 2020, denuncia Legambiente –.  Nel 2019 l’ammontare di questi sconti è stato pari a 52 milioni di euro. Ci sono poi 20 milioni serviti a ridurre l’accisa sul gas naturale utilizzati nei cantieri e nelle operazioni di estrazione degli idrocarburi; 5 milioni di esenzione dall’accisa sull’energia elettrica prodotta dagli impianti di gassificazione. Infine, 74, 53 milioni destinati ai fondi per ricerca e sviluppo per gli idrocarburi.

Così per potere ottenere le risorse dall’Ue e riformare nel modo giusto i sussidi ambientalmente dannosi il governo deve garantire prima di tutto equità, evitando distorsioni della concorrenza, come sempre accade in particolar modo nel settore dell’energia.

Chiara Colangelo

 

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