“To think of time” di Walt Whitman ci aiuta a riappropriarci del tempo perso

L’anno che ci lasciamo alle spalle è stato definito “l’anno in cui il tempo ha perso ogni significato”. I versi di Whitman ci aiutano a non essere impulsivi nel giudicare il cambiamento

Have you guessed you yourself would not continue? Have you feared the future would be nothing to you? Is today nothing? Is the beginningless past nothing? If the future is nothing they are just as surely nothing.

(Hai realizzato che tu non esisterai? Hai paura che il futuro non sarà niente per te? É  oggi niente? É  il passato senz’inizio niente? Se il futuro è niente, loro sono di per certo niente.)

Queste sono alcune delle domande che cadono a pioggia sull’incipit di To think of time (Pensare al tempo), poesia parte della raccolta Leaves of grass (1855) del poeta americano Walt Whitman.

Così concitate, le domande paiono una trascrizione da parte dell’autore delle domande disperate che il lettore gli ha posto, inteso come l’uomo che si lascia sopraffare dallo scorrere del tempo, e dalle cui mani scappano via i due capi della corda, quello del passato e quello del futuro. É così che chi legge arriva a credere in un beginningless past, cioè in un passato che sembra non avere un inizio, e quindi un senso, così come il presente, il futuro e la vita stessa. Ed è forse così che, dopo aver vissuto un anno come il 2020, ci sembra la vita prima della pandemia: senza inizio, inconsciamente felice come in un’età dell’oro.



L’anno che ci lasciamo alle spalle è stato definito come “l’anno in cui il tempo ha perso ogni significato” :  di fatto, è stato l’anno in cui abbiamo perso più tempo, tra le settimane trascorse in quarantena stretta, alle mancate occasioni di socialità, e di vivere nuove esperienze. Allo stesso tempo, è stato l’anno in cui ne abbiamo guadagnato di più: le ore a casa scorrono più lente, migliaia di pendolari hanno evitato di svegliarsi presto la mattina, e molti di noi hanno ritrovato la voglia di condividere momenti con altre persone, ritrovando quindi un cosiddetto senso al tempo. Dallo scarto fra questi due modi di scorrere del tempo, nasce un nuovo modo di percepirlo, che genera confusione.

Per quanto quest’anno ci siamo sentiti originalmente sfigati, Whitman sembra dirci che neppure un senso di spaesamento del genere è nuovo, che lui l’ha provato, e che fiduciosamente cerca di inserirsi in una dimensione eterna, perché eterna è la legge dei viventi:

The law of the past cannot be eluded, 
The law of the present and future cannot be eluded,
The law of the living cannot be eluded… it is eternal.

Costretti a confrontarci continuamente con la nostra fragilità, To think of time ci ricorda la bellezza della cose mortali

Le gioie domestiche, le faccende quotidiane o gli affari, la costruzione di case, queste cose non sono fantasmi:  Whitman ricorda con un elenco i momenti belli dell’esistenza al suo interlocutore, così preso dal pensiero ossessivo della morte che non riesce a ricordare qualcos’altro di altrettanto tangibile in quel momento, così pensa che il resto, compresa la Terra, sia consistente quanto un fantasma.

The domestic joys, the daily housework or business, the building of houses, they are not phantasms, they have weight, form, location. 

[…]

The earth is not an echo.

Dopo aver preso coscienza del fatto che le cose attorno a noi continuano a essere tangibili nonostante la nuova percezione del tempo, si fa largo una sensazione di indefinibile felicità. Così il presupposto iniziale, che non ci fosse nulla se non la morte, si rovescia: non c’è nulla se non la vita.

I cannot define my satisfaction… yet it is so,
I cannot define my life… yet it is so.
[…]
I swear I think there is nothing but immortality!
Francesca Santoro

 

 

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