Il diritto di mentire tra Immanuel Kant e Benjamin Constant

Per convenienza, per quieto vivere, quasi involontariamente: anche i più onesti di noi ogni tanto mentono. Ma ci sono circostanze in cui potremmo avere il diritto di mentire? Il problema della legittimità morale della menzogna ha appassionato e fatto discutere pensatori di ogni epoca. Pochi dibattiti, tuttavia, sono stati combattuti e appassionanti come quello che nel 1797 ha visto contrapporsi Benjamin Constant e Immanuel Kant.

La verità, nient’altro che la verità. Lo sappiamo fin da bambini: dobbiamo essere onesti e sinceri, in pubblico e in privato. E se i fatti ci dimostrano che nella pratica la norma ha maglie sempre più larghe, il principio resta. Tuttavia, esistono circostanze in cui avremmo il diritto di mentire? La saggezza dell’esperienza ci porterebbe ad assentire: per convenienza o quieto vivere, almeno ogni tanto dovrebbe esserci moralmente concesso. Ma che ne pensano coloro che per professione vagliano i nostri principi? Ebbene, il problema della menzogna ha appassionato i filosofi di ogni epoca, da Aristotele ai teorici del linguaggio contemporanei passando per Montaigne. Non solo: ha suscitato dibattiti accesissimi, duelli combattuti a fil di penna e spesso conditi con una punta di veleno. Il più famoso è senz’altro quello che ha visto confrontarsi, alla fine del Settecento, due pesi massimi del pensiero illuminista: Benjamin Constant e Immanuel Kant.

Un insolito esperimento mentale: avremmo il diritto di mentire a un aspirante assassino?

La disputa ha origine da un controverso argomento proposto dal filosofo di Königsberg che suona più o meno come segue. Immaginate che, inatteso, si presenti a casa vostra un amico, terrorizzato: trafelato e ansante, vi spiega che un nemico lo insegue e intende ucciderlo. Gli date asilo, lo nascondete e chiamate i soccorsi; tuttavia, mentre state aspettando, ecco che il nemico bussa alla vostra porta. Dopo avervi convinto ad aprire, senza farvi alcuna violenza costui vi domanda dove sia la persona che sta cercando. In questo caso, c’interroga l’argomento, per ostacolare un aspirante assassino saremmo moralmente legittimati a mentire? La risposta sembra tanto semplice e immediata che l’intero quesito potrebbe risultare ozioso; tuttavia, la posta in gioco è decisamente più alta di quanto appaia. Essa, come Kant e Constant hanno ben chiaro, chiama direttamente in causa i fondamenti del nostro vivere con noi stessi e del vivere collettivo.



Il di Benjamin Constant: saremmo legittimati a mentire perché ricevere la verità è un diritto relativo

Quando, nel marzo 1797, scrive il breve trattato Des réactions politiques, Constant ha ben presente l’argomento di Kant. E ne respinge recisamente la conclusione, secondo la quale la menzogna è sempre un crimine, a prescindere dalle eventuali conseguenze funeste del non mentire. Dal punto di vista del filosofo francese,

il principio morale per cui dire la verità è un dovere, se assunto in modo assoluto e isolato, renderebbe impossibile ogni forma di società.

Come altri principi morali astratti, il dovere di dire la verità non può essere inteso in senso assoluto ma va definito e contestualizzato. Solo comprendendo le sue relazioni con gli altri principi morali, infatti, esso può essere applicato a vantaggio del singolo e della collettività. Ora, secondo Constant il dovere di dire la verità, in quanto dovere, è la controparte nell’individuo del diritto altrui a ricevere la verità in risposta. Tuttavia, questo diritto altrui non è assoluto: nessuno, infatti, ha diritto a una verità che possa nuocere ad altri. In altre parole,

dire la verità è un dovere, ma solo nei confronti di chi ha diritto alla verità.

Un aspirante assassino, evidentemente, nel momento stesso in cui impugna l’arma e il proposito perde il proprio diritto a una risposta veridica.

Il no di Immanuel Kant: è l’umanità stessa, dentro e fuori di noi, a pagare il prezzo della menzogna

La risposta di Kant a Constant non si fa attendere ed è nettissima:

La veridicità nelle dichiarazioni che non possiamo eludere è un dovere formale dell’uomo verso ogni altro uomo. Anche nel caso in cui ne possa derivare un grave danno a sé o ad altri. Se anche mentendo non facessi un torto a chi mi estorce la menzogna, […] farei un torto al dovere in generale. Ciò vuol dire che priverei le dichiarazioni di ogni credibilità e quindi verrebbe meno il diritto fondato su convenzioni. Un’ingiustizia, questa, commessa nei confronti di tutta l’umanità.

In altri termini, secondo il filosofo, non abbiamo mai il diritto di mentire perché farlo pregiudicherebbe la possibilità stessa di fidarci gli uni degli altri. Né si tratta solo di rapporti interpersonali. Per Kant, infatti, la menzogna è «la più grave violazione del dovere che l’uomo – considerato come essere morale – ha verso sé stesso». Come scrive nella Metafisica dei costumi,

La menzogna è scempio e annientamento della propria dignità umana. […] Essa indirizza a uno scopo diametralmente opposto a quello naturale la facoltà di comunicare i propri pensieri. Mentire, perciò, comporta la rinuncia alla propria qualità di persona mentre si mostra soltanto la propria apparenza di uomo.

Mentire, in altri termini, secondo Kant pregiudica a un tempo la nostra dignità di esseri umani e l’effettivo potere delle nostre parole, la loro presa sulla realtà.

Kant vs. Constant: cosa resta di questo dibattito?

A molti il punto di vista di Kant risulterà eccessivamente severo, forse rigido oltre i limiti dell’assurdo. La posizione di Constant, del resto, anche se ragionevole, sembra un po’ troppo conveniente: disinvolta, se non proprio in odore di relativismo. E dunque, ciò che resta di questo confronto sono due risposte insoddisfacenti? Niente affatto. Come scrive Sabrina Mori Carmignani in una bella introduzione al dibattito,

il confronto a distanza tra Kant e Constant mostra come sia possibile guardare alla complessità di un tema, la menzogna, da due diverse geografie culturali. Queste, a loro volta, si riflettono nella ricchezza di due lingue, di due attitudini di pensiero. La prima costantemente rivolta alla crescente complessità di un’epoca di radicali mutamenti. La seconda focalizzata su un concetto di humanitas che trascende i confini della contingenza storica, senza tuttavia mai negarla.

Pienamente in linea con la migliore filosofia, l’eredità maggiore del confronto tra Kant e Constant riguardo il diritto di mentire consiste nelle riflessioni cui c’invita. Il filosofo francese, infatti, ci spinge a pensare alla validità e ai limiti di applicabilità di un principio che, in astratto, sembra corretto. Nonché a domandarci se possa sussistere davvero un “diritto alla verità”. Con l’autore della Critica della Ragion Pratica, invece, ci troviamo ad affrontare una delle sfide più spiazzanti per la nostra moralità. Quella di riuscire a misurare la nostra capacità di essere veridici con l’arco di una vita intera. Non solo con il qui e ora, ma con ogni qui e ora a venire. Comprendendo che il valore delle nostre parole dipende dal tipo di persone che scegliamo di essere. Dalla nostra capacità, quando valutiamo come agire guardando a un principio, di vedere attraverso noi stessi tutto il mondo.

Valeria Meazza

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