La crisi in Perù analizzata dall’Ispi: lo stato contro il popolo?

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Crisi in Perù: un intero paese nel caos. Una conferenza dell’Ispi analizza la genesi, le premesse e le possibili conseguenze delle rivolte.

Nella serata del 18 gennaio, l’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale, ha approfondito la crisi in Perù con l’ausilio di Lucia Capuzzi, giornalista di “Avvenire”, e di due professori: Massimo De Giuseppe della IULM e Gianni La Bella dell’UNIMORE.

La conferenza intitolata “Rivolte in Perù: lo stato contro il popolo?”, ha analizzato le cause, la genesi e le possibili conseguenze degli scontri che stanno gettando nel caos un’intera nazione.

Genesi e contesto della crisi in Perù

Dopo una breve introduzione sul caos delle rivolte che stanno imperversando in Perù, il professore De Giuseppe compie un notevole passo indietro, analizzando il parallelismo compiuto da molti tra l’autogolpe che ha portato all’arresto di Castillo e il Fujigolpe del 1992. Per il docente l’accostamento è inappropriato, in quanto il colpo di stato di Fujimori si inseriva in un contesto molto diverso che vedeva la fine del bipolarismo e un ruolo differente dell’esercito. Inoltre, l’autogolpe di Castillo sarebbe frutto dell’instabilità politica e del disordine cronico, che negli ultimi anni affliggono il Perù.

La giornalista Capuzzi interviene successivamente proprio per chiarire i contorni che hanno affiancato e preceduto i fatti del 7 dicembre. Per delineare al meglio i vari fattori che hanno portato al caos attuale, infatti, non si può prescindere dalla profonda divisione che separa il Perù in due parti, che hanno come unico elemento in comune le diseguaglianze. Castillo, secondo Capuzzi, rappresenta il Perù andino, delle popolazioni indigene, che, dopo l’arresto dell’ex professore, si trova ancora una volta non rappresentato. Il difetto di rappresentazione, unito alle intense disparità, hanno portato quindi alla resa dei conti della piazza, che non ha altro modo di farsi ascoltare se non tramite la protesta. Il caos inoltre avrebbe raggiunto i picchi più elevati anche a causa dell’uso molto disinvolto della forza da parte della presidente attuale, Dina Boluarte.



L’inesperienza di Castillo e l’endemica instabilità del Perù

Dopo una generica analisi dei contorni della crisi, l’attenzione e le domande passano sulla figura di Castillo. Il professore La Bella comincia la sua analisi evidenziando come l’unico elemento della politica indigenista di Castillo sia stato indossare il sombrero, cappello appartenente alla tradizione del paese. Quella del professore, come ammesso da lui stesso, è senz’altro una provocazione che però trova notevoli riscontri nella realtà fattuale. Infatti, in seguito l’approfondimento si sposta su quello che era il programma di Castillo e sulle discrepanze tra le promesse fatte e gli interventi concretamente effettuati. Molti punti del programma dell’ex presidente erano espressione di ideali radicali e “neomarxisti”, ma subito dopo l’elezione questi sono stati traditi dal necessario dovere di temperare e rinnegare quanto inizialmente giurato.

Sicuramente, aggiunge il professore, ha influito l’inesperienza politica di Castillo, che lo ha portato a compiere molte marce indietro e gesti, come l’autogolpe, dettati più da un’impreparata emotività che da un piano preciso. Queste sarebbero state dunque le cause della sua caduta e del suo conseguente arresto.

Un altro dato sicuramente interessante si rinviene dalla campagna elettorale di Castillo e dell’esponente della destra Keiko Fujimori: uno scontro tra estremi, in cui si è tentato di criminalizzare l’avversario. Questo, sempre secondo La Bella, rende evidente un elemento caratteristico del Perù e dei paesi confinanti, ovvero:

“Il Perù rende evidente un paradosso del contesto latino-americano rispetto al contesto europeo: in Europa le elezioni si vincono al centro, in Perù esaltando gli estremi”.

Instabilità economica e dati attuali

Il professore De Giuseppe, dopo aver ripercorso i programmi dei presidenti che si sono susseguiti dal 2001 ad oggi in Perù, ha sottolineato come l’instabilità politica e sociale sia un dato endemico che ha sempre accompagnato il paese nell’arco di diverse legislature. L’incertezza è rimasta tale anche successivamente alla notevole crescita del Pil che si è registrata intorno al 2010, proprio perché, come sottolineato da Capuzzi, di questa miglioria non ha beneficiato l’intero paese e le risorse non sono state correttamente redistribuite, esacerbando le diseguaglianze.

Attualmente il Perù vive una profonda crisi economica, dovuta anche e soprattutto agli effetti devastanti della pandemia. Era prevista una crescita del Pil intorno al 5% che però non si è registrata, restando ferma al 2.5%, mentre l’inflazione resta all’8.5%. Secondo De Giuseppe, anche l’instabilità economica è un fattore importante delle rivolte che imperversano in tutto il paese. Tre quarti della popolazione vive commerciando, scendendo in strada, questo modello economico informale, quindi, ha sicuramente influito sull’elevato numero di contagi e di morti da covid, così come la carenza di acqua.

Gli “effetti antropologici” del neoliberismo una delle cause sottovalutate della crisi in Perù

Secondo Capuzzi, l’America Latina, dopo aver attraversato un 900′ molto cruento, caratterizzato dall’utilizzo del colpo di stato come tecnica di risoluzione dei conflitti, adesso si ritrova in un contesto dove i golpe non si concretizzano. A differenza di quello fallito in Brasile, però, caratterizzato dalla notevole incidenza della Post-verità delle fake news, quello di Castillo nasce da un effettivo conflitto politico.

In prospettiva futura La Bella afferma che non si può prescindere dal prendere in considerazione gli “effetti antropologici prodotti da 30 anni di neoliberismo selvaggio”. Questi infatti avrebbero portato alla distruzione delle reti collettive, già mortificate dalla profonda divisione interna del paese, ridimensionando notevolmente le politiche pubbliche. Questo modello economico ha operato in modo fondamentalista al punto da elidere qualsiasi forma di intervento pubblico, lasciando i peruviani ancora più soli in quegli schemi fortemente individualisti che grazie al neoliberismo si sono affermati.

La rivolta sarebbe una conseguenza di questi effetti antropologici nefasti, in quanto è utilizzata come vero e proprio mezzo espressivo quotidiano, che acuisce un clima di violenze e di cui i 50 morti nelle recenti rivolte sono un chiarissimo esempio.

Prospettive e auspici

Eventuali ingerenze o interessi esterni sulla deposizione di Castillo sono da escludere secondo Capuzzi, in quanto l’ex presidente non avrebbe avuto né tempo né esperienza per concretizzare le sue promesse, in modo da scontrarsi realmente con l’élite e i suoi affari.

In conclusione, La Bella ha auspicato l’intervento di politiche reali capaci di temperare realmente le diseguaglianze che dividono internamente il Perù. Il professore De Giuseppe invece vede come principale via d’uscita dalla crisi, ai fini di un riassestamento di democrazie latino-americane fragili come quella peruviana, che l’Organizzazione degli Stati Americani torni ad avere voce in capitolo.

Raffaele Maria De Bellis

 

Stampa questo articolo

Lascia un commento