Oltre l’abilismo ed il politically correct: intervista a Marina Cuollo

Dialogo con Marina Cuollo: come l’ironia intelligente può aiutarci a spezzare tabù e stereotipi sulla disabilità

Lunedì 1 febbraio, sul profilo Instagram di Ultima Voce, abbiamo ospitato Marina Cuollo. Scrittrice e umorista, cerca di educare le persone al tema della disabilità grazie ad un uso superbo dell’ironia. Con lei, abbiamo parlato del ruolo fondamentale dell’umorismo intelligente. Ma anche di politically-correct e di come superare la doppia narrazione delle persone con disabilità alla quale siamo ancora abituati. E non meno importante, abbiamo definito l’abilismo e gli atteggiamenti più comuni che lo caratterizzano.

Hai una laurea in Scienze Biologiche e un dottorato di ricerca nello stesso ambito. Come è avvenuto il passaggio dalla materia scientifica alla scrittura, che è invece considerata una disciplina umanistica?

E’ stato tutto casuale perché la scrittura non ha fatto parte della mia vita sin dall’infanzia. In verità, da bambina non scrivevo nemmeno il diario. Ci provavo ma rileggendo non mi piaceva ciò che scrivevo e strappavo tutto. Ero molto insicura, per cui ho preferito le materie scientifiche perché mi sono sempre ritenuta una persona estremamente razionale. Durante il mio percorso scientifico, quando mi trovavo a lavorare negli istituti di ricerca, vivevo una vita altalenante. Ci sono periodi di pausa tra un contratto ed un altro e durante uno di questi periodi di pausa mi sono trovata a fare un  po’ di introspezione e a scavare dentro di me.




Ho sentito quindi un’urgenza di comunicazione. Notavo il modo in cui si parlava di disabilità, in maniera poco leggera e molto tecnica. Ma chi voleva avvicinarsi alla disabilità fuori dal contesto lavorativo trovava una situazione ostica. Quindi, sia per esorcizzare il vissuto personale sia per contribuire ad un modo più leggero di parlare di disabilità, ho cominciato a fare un corso di scrittura creativa. E durante questo corso, ho scoperto quanto mi piacesse scrivere. Ho cominciato a buttar giù le basi per “Disabilandia“. Ho continuato poi verso quella strada perché mi sono innamorata della scrittura e non sono più riuscita ad allontanarmi da quel mondo.

L’umorismo è una parte fondamentale del tuo lavoro, sia nella scrittura che nel modo in cui comunichi in generale. Si può dire dunque che sia la tua cifra stilistica. Ma che cos’è per te l’umorismo?

L’umorismo, come dico spesso, è ciò che mi ha salvato la vita. E’ un modo di comunicare. L’umorismo può essere applicato a tutto. Non c’è qualcosa di cui non si possa fare umorismo. L’importante è conoscere bene l’argomento di cui si vuole ironizzare. Nel momento in cui si approccia un argomento cercando di comunicarlo in maniera umoristica, è importante informarsi. Poi ovviamente, c’è una base di vissuto personale. E’ chiaro che in quel caso la conoscenza si rafforza ancora di più. Che sia attraverso libri, spettacolo, o qualsiasi forma d’espressione, l’umorismo è un modo di comunicare che può essere molto potente.

E nella tua vita che ruolo hanno avuto ironia e umorismo?

Ho utilizzato l’umorismo per scaricare la rabbia. Le mie migliori battute mi arrivano quando sono più arrabbiata. Sembra stranissima questa cosa però è così. La rabbia per me è grande motore di umorismo, almeno il mio tipo di umorismo. Perché nel momento in cui incontro persone abiliste nei miei confronti, il mio modo di scaricare la rabbia è attraverso la comicità. Riuscire a trovare la chiave umoristica di quel comportamento aiuta me ed ho scoperto essere gradito anche agli altri. Nel momento in cui mi ritrovo con degli amici a raccontare episodi fastidiosi che mi capitano, ci ridiamo su. Ed ho scoperto essere particolarmente terapeutico per me, perché la rabbia accumulata se non viene indirizzata come motore verso qualcosa, diventa tossica e fa male. Per questo, per me l’umorismo è una valvola di sfogo.

Parliamo di politically correct. Ormai c’è sempre più la tendenza a giustificare le proprie battute dicendo “era solo una battuta”, oppure “non si può più ridere di niente”. Davvero non si può più ridere di niente o semplicemente potremmo creare un’ironia intelligente?

In realtà, secondo me, si può ridere molto di più che in passato. E’ una percezione distorta quella del politicamente corretto di questi ultimi tempi. Perché il politicamente corretto di un tempo era legato a quegli argomenti intoccabili: ad esempio disabilità, morte, religione.
Oggi viene distorta questa idea perché nel momento in cui le persone protestano per ciò che rappresenta un insulto verso una minoranza o verso un gruppo marginalizzato, il pensiero comune diventa “ah, non si può più dire niente”. Ma semplicemente è che adesso le voci delle minoranze, prima totalmente invisibili, vengono ascoltate.



Per cui, se in un programma televisivo si fa della blackface e la comunità nera si arrabbia, va tenuto conto. Purtroppo questo non accade perché è vero che veniamo ascoltati più di prima, ma non ancora abbastanza. Se ci sono ancora persone che pensano che fare una battuta sullo stupro sia umorismo, abbiamo un problema. Quello non è umorismo, quello è un abuso, stai facendo dell’orribile sessismo. L’umorismo non dovrebbe avere il compito di colpire i gruppi marginalizzati. Se proprio deve colpire qualcuno, deve colpire il potere e tendere all’equilibrio, all’uguaglianza sociale.

Chi è che ha ancora voce in capitolo? Chi sono le persone ai vertici? Nei programmi TV la maggioranza delle persone, che tipo di persone solo? Sono sempre le stesse. C’è una maggioranza di uomini bianchi eterosessuali. Disabili non se ne vedono, persone nere sono poche, le persone della comunità LGBT+ sono poche. Mancano ancora molte voci da ascoltare. Adesso iniziamo a vedere il cambiamento.

Grazie al lavoro che svolgi, cerchi di rendere consapevoli le persone sulla doppia narrazione che vede le persone con disabilità rappresentate o attraverso uno sguardo compassionevole e pietistico oppure elevati ad eroi ed eroine. Due narrazioni agli antipodi che hanno una stessa matrice comune: assimilano la disabilità della persona come unico elemento che la caratterizza. Come si fa ad uscire da questa doppia narrazione?

E’ complicato, siamo sempre stati due estremi. O la fragilità estrema oppure l’ispirazione massima. Automaticamente le persone che ti guardano diventano grate della loro vita, come se la disabilità fosse il male assoluto da cui scampare. Secondo me cominciare a smontare queste narrazioni promuovendo una visione più comune. Cioè persone con disabilità che sono presenti in ambiti diversi a quelli che siamo abituati a vedere. Spessissimo le persone associano la disabilità agli sport paralimpici. Il corpo che ce la fa e che supera gli ostacoli. Oppure pensano a tutte le difficoltà legate al corpo e quindi l’estremo opposto.




E’ importante secondo me che i media comincino a lavorare sulla narrazione. Anche il linguaggio ha bisogno di essere aiutato in questo senso. Spesso si utilizzano termini sbagliati che aiutano questa narrazione tossica. I classici “costretto in carrozzina” o “affetto da…”. E poi dobbiamo iniziare ad essere presenti, in programmi televisivi o serie TV, senza però essere stereotipati. Cominciare a vederci in relazioni amorose, avventure, narrazione poliziesche o thriller. Se ci pensi, raramente le persone con disabilità sono presenti nelle commedie romantiche, perché poi associare amore-relazione-sesso alle persone con disabilità è estremamente difficile. E questo invece sarebbe molto utile perché aiuterebbe a smontare i preconcetti ancora presenti. Abbiamo i due estremi ma ci manca la parte centrale.

Che cosa significa abilismo? 

Per fortuna, di recente, la parola “abilismo” è stata inserita nella Treccani grazie a Sofia Righetti, mia carissima amica, divulgatrice e filosofa. L’abilismo è la discriminazione verso le persone con disabilità. Si manifesta in tantissime forme che nascono da un pensiero di superiorità del corpo abile. Ogni volta che escono fuori i classici “poverino” oppure “quanto sei eccezionale”, “sei una fonte di ispirazione”. O  banalmente anche chi non crede alle difficoltà delle persone con disabilità, chi non crede nell’accessibilità. Chi non crede alle parole delle persone con disabilità, quando esprimono fastidio. Una serie di comportamenti che dimostrano che mi stai guardando esclusivamente per la mia disabilità, ignorando tutto il resto della mia persona.

Quali sono alcuni comportamenti abilisti comuni?

Spesso le persone agiscono con leggero paternalismo verso le persone con disabilità. Magari danno per scontato che nella loro professione non siano bravi, che si trovino lì solo perché hanno un’agevolazione. Poi ci sono i casi più eclatanti in cui ti trattano come se fossi un bimbetto. Però in generale questo comportamento tende a sminuire le persone con disabilità, a considerarle più fragili o inferiori, meno capaci e soprattutto poco professionali. Quindi non adatte a ruoli di lavoro dirigenziali o di potere perché considerate ultima ruota del carro. Dunque tutti quei piccoli atteggiamenti che tendono a non considerare la tua voce o darti ragione per compassione. Lo senti a pelle. Magari non lo fanno apposta, è un atteggiamento dettato dalla cultura che è sempre stata veicolata.

Hai cercato di abbattere un tabù molto forte, quello della sessualità, attraverso il tuo libro “A Disabilandia si tromba”. Vuoi parlarcene un po’?

Già dal titolo si comprende il tema, anche se comunque il libro non parla solo di sessualità ma è un viaggio a 360 gradi nella vita delle persone con disabilità. Tocca un po’ tutti i pregiudizi che una persona con disabilità incontra. Ho scelto un titolo così forte perché, fra tutti, quello della sessualità è il pregiudizio più forte e più difficile da rompere. Il mio desiderio era quello di abbattere il muro, a partire dal titolo, senza usare mezzi termini.

Il problema è che se continuiamo a considerare le persone con disabilità come dei bambini, è chiaro che la sessualità diventa qualcosa di lontano dall’immaginario comune. Pensare che una persona con disabilità abbia desideri, relazioni, bisogno del piacere sessuale diventa impensabile. E quindi le persone allontanano questo pensiero considerandolo magari anche qualcosa di perverso.

All’inizio del libro io faccio una sorta di parodia comica in cui ci sono diversi personaggi sia con disabilità che senza disabilità. E’ un piccolo show. Nella seconda parte invece, si cominciano ad analizzare le diverse fasi della vita. C’è l’aspetto familiare, l’aspetto lavorativo, l’aspetto relazionale e sessuale e si conclude con l’anzianità, il momento finale. E’ tutto in chiave ironica, ho voluto parlare poco di me. Disabilandia non è un’autobiografia, è un piccolo viaggio.

Potete guardare l’intervista integrale a Marina Cuollo sul profilo Instagram di Ultima Voce.

Carola Varano

 

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *