Seneca: sulla (non) brevità della vita

La vita non è breve, se sai farne buon uso

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Il filosofo Seneca contesta severamente l’idea che la vita umana sia troppo breve. A renderla breve, secondo lui , è il nostro usarla male: il tempo ci sfugge solo se non lavoriamo su di noi. In questo articolo vi raccontiamo il messaggio, potente e attualissimo, racchiuso nel trattato Sulla brevità della vita. Esso ci fa capire che il nostro amore per la vita, se coltivato insieme al pensiero critico, può dilatare indefinitamente il tempo.

 

Seneca, gli antichi e noi

Secondo Italo Calvino un testo o un autore classico ha il potere, a distanza di secoli, di aiutarci a comprendere il presente. Per capire ciò che intendeva, è sufficiente aprire un testo del filosofo latino Seneca, vissuto nel I secolo d.C. Le Lettere morali a Lucilio, ad esempio, o il dialogo Sulla brevità della vita. Seneca non immaginava la complessità (e le complicazioni!) in cui, quasi 2000 anni dopo, ci ritroviamo immersi. Eppure, sembra conoscere benissimo le nostre difficoltà, in particolare, quelle riguardanti il tempo – delle quali abbiamo parlato anche in questo articolo. In effetti, esse sono circa le stesse dei suoi contemporanei. Esse si concretizzavano, allora come oggi, nella spiacevole sensazione che una sola esistenza non basti e che sfugga in fretta. Che la vita, insomma, sia troppo breve per essere felici.

Il tempo e le ombre

Il dialogo Sulla brevità della vita – consultabile, per chi lo desidera, a questo link – polemizza con questa idea. In esso, infatti, il filosofo scrive:

è assai breve la vita di chi non ha tempo per vivere.

Ovvero, la fonte dei nostri guai non è la durata della vita, né il fatto imbarazzante che siamo mortali. Il vero problema è il modo in cui impieghiamo il tempo che ci è concesso: non ne abbiamo poco, ma ne perdiamo moltissimo. Pensando al rapporto che le persone hanno con il tempo, Seneca sottoscriverebbe una sentenza del filosofo presocratico Crizia:

Inseguendo un’ombra, il tempo invecchia in fretta.

Le ombre che inseguiamo, in realtà, sono molte e, ciascuna a modo suo, ci condizionano a vivere male. Sono tutti quei desideri, quelle convinzioni e quelle relazioni che, anziché renderci liberi, ci schiacciano rendendoci incapaci di guardare la nostra vita in prospettiva.

Sintomi di alienazione

Secondo Seneca ci angustiamo per la brevità della vita perché non sappiamo davvero vivere. Così rimpiangiamo il passato, idealizzandolo, ci lamentiamo per il presente e ci angosciamo per il futuro. Intanto la vita sfugge come sabbia tra le dita, quasi senza che ce ne accorgiamo. Questo, perché

l’animo, come cinto d’assedio, non assorbe nulla in profondità, ma rigetta tutto come inculcato a forza.

Abbiamo così tante preoccupazioni, così tanti rimpianti e così tanta paura da vivere pensando sempre ad altro. Questa incapacità di soffermarci su noi stessi ci fa vivere da alienati: noi non ci apparteniamo. In queste condizioni, nemmeno una vita lunga diecimila anni basterebbe per essere felici. Il rimedio, per Seneca, consiste nel provare a rivendicarci a noi stessi. Cioè nel prendere del tempo per noi, chiedendoci chi siamo e cosa per noi conta davvero.




L’esempio del sapiente

Secondo Seneca, il modello che dovremmo seguire nel nostro percorso è il sapiente. Costui, infatti, è l’uomo veramente libero perché padrone di sé. Egli, attraverso la riflessione, padroneggia il proprio tempo per intero: passato, presente e futuro. Infatti, ricorda il passato con chiarezza e con piacere, perché ha fatto attenzione a come agiva. E ne ha considerato le conseguenze. Gode il presente perché si sa mortale. Accoglie ogni momento, in quanto sarebbe potuto non essere, come un dono. E, poiché non rimanda la felicità a un momento che potrebbe non arrivare mai, non teme il futuro. Questo, infatti, non può derubarlo. Per chi si prende cura di sé come fa il sapiente, interrogandosi e coltivando la propria libertà, la vita non è breve. Il suo pensiero invece, educato all’autocontrollo, dilata indefinitamente il tempo.

L’amore per la vita

Contraddistingue il sapiente di Seneca non tanto ciò che sa, ma ciò che è. Il sapiente è colui che sa amare la vita nel modo giusto. Quale? Se teniamo conto delle indicazioni del filosofo stoico, esso non è diverso dal modo giusto di amare una persona. Amiamo bene qualcuno quando non ci divora la paura di perderlo. Quando consideriamo attentamente le sue esigenze. Quando siamo consapevoli e grati dei momenti condivisi, senza esigere garanzie e senza darli per scontati. Amiamo bene la vita quando, attraverso un paziente e costante lavoro su noi stessi, riusciamo a vivere il nostro tempo con lo stesso atteggiamento. Cioè quando, abbandonata la presunzione di saper vivere, iniziamo a porci domande, imparando a farlo davvero.

Un apprendistato per vivere bene

Nello spiegarci come vivere una vita lunga e piena, Seneca avverte:

L’apprendistato della vita dura per tutta la vita.

La padronanza di noi stessi, in altri termini, richiede molta pratica. È faticoso? Certamente sì. È davvero necessario? Nel momento in cui siamo infelici, in cui conviviamo con un’angoscia opprimente o con una costante insoddisfazione, . La vita, Seneca ha ragione, non è breve. Ma, anche su questo il filosofo non sbaglia, sicuramente è troppo breve per trascorrerla aspettando di vivere davvero.

Valeria Meazza

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