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Home Cultura

Tamara de Lempicka: il volto femminile e coraggioso dell’Art Deco

di admin
19 Mag 2021
in Cultura
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Tamara De Lempicka
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Bella come Greta Garbo, con il talento pittorico che tanti uomini sognavano di avere: Tamara de Lempicka si presenta così nei suoi quadri, con il fascino di una donna che determina il proprio destino senza aver bisogno di un uomo.

All’inizio del Novecento, lei è la dimostrazione di un nuovo modo di esistere per le donne, un’esistenza lontana dal ruolo di angeli del focolare e al centro dei salotti più fini.

Le origini della pittrice-diva

Polacca, nasce a Varsavia nel 1898 come Maria Gurwik-Górska. Dopo la prematura perdita del padre, vive con la madre, la nonna ed i fratelli. Il suo primo lavoro artistico è a 10 anni, età in cui sperimenta con gli acquerelli: dipinge sua sorella Adrienne.




Passa una giovinezza movimentata, fra le scuole in Svizzera e Polonia e la casa della zia a San Pietroburgo. Lì conosce l’uomo di cui porterà il cognome per tutta la vita: Tadeusz Łempicki, avvocato molto più grande di lei che diventa suo marito. Secondo un aneddoto, per conquistare Tadeusz, Tamara – qui ancora chiamata Maria – si traveste da guardiana di oche, con tanto di oche al seguito, presentandosi così ad una festa in maschera del facoltoso avvocato.

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Il coraggio di Tamara si rende necessario da subito: nel 1918, infatti, suo marito viene arrestato dai bolscevichi ed è soltanto grazie a lei che viene liberato. La famiglia si sposta, in seguito a ciò, a Parigi. Qui, nel 1920, nasce sua figlia, Kizette. Non è una madre molto presente, ma adora dipingere ritratti di sua figlia quando ne ha modo.
Per mantenersi, anche la giovane donna decide di lavorare, come disegnatrice di cappelli. Comincia a prendere lezioni all’Académie de la Grande Chaumiere e all’Académie Ranson.

Tamara de Lempicka: il periodo parigino

Il suo talento si fa subito strada: grazie alle Galleria Colette-Weil nel 1922, col suo nome declinato al maschile, Lempitzki, espone al prestigioso Salon d’Automne.

Sì, proprio quello che aveva lanciato i Fauves e che aveva esposto in precedenza Van Gogh, Cezànne e Gaugin!

Si esibisce anche al Salon des Independents, ma è solo nel 1925 che esplode la sua fama, all’Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne. Viene infatti notata da vari giornalisti di moda, fra cui gli americani di Harper’s Bazaar, ed è proprio per i giornali di moda che comincia a lavorare.

Uno dei suoi lavori migliori, infatti, “Autoritratto sulla Bugatti verde”, è stato realizzato per il giornale di moda tedesco Die Dame. Parliamo di un’opera assolutamente innovativa. La neonata pubblicità si unisce all’immagine di una donna moderna e consapevole. La donna che Tamara presenta al mondo autodetermina il suo destino proprio come un uomo, anzi, anche con più coraggio.

Sempre nel 1925 Tamara organizza la sua prima personale in Italia, di preciso a Milano. Nel suo periodo italiano conosce anche Gabriele D’Annunzio, di cui respinge i flirt e per questo è cacciata dal Vittoriale prima di completare il ritratto del poeta.



Il mito della “Baronessa col pennello”

Il suo stile, influenzato dall’Art Deco ma anche da instanze cubiste ed neoclassiche, mostra su tela una società aristocratica e benestante. Lo stile di Tamara si manifesta anche in nudi eleganti, che non chiedono di essere coperti ma di essere ammirati in tutta la loro meravigliosa volumetria.

Entra subito a far parte dei circoli più vivi di Parigi: conosce così il barone e collezionista d’arte Raoul Kuffner. Divorzia così da suo marito per sposare Raoul dopo la morte di sua moglie. Da quel momento, Tamara è nota come la “Baronessa col pennello”. Conosce tutti, da Picasso a Gide: soprattuto, tutti conoscono lei. Non c’è scandalo in cui lei non sia coinvolta: donna, artista, bisessuale, era completamente anticonformista.

In questo periodo viaggia per la prima volta negli Stati Uniti: la sua mostra ha un grandissimo successo, ma non riesce a godersene i ricavi per via della crisi del ’29.

Il successo però non basta, perché la Storia è prepotente e sa come entrare nelle vite delle persone. Questa volta, la Storia si fa viva con gli spettri di ruggine e sangue della Seconda Guerra Mondiale.

Tamara lascia l’amata Europa per gli Stati Uniti, stabilendosi con il marito a Beverly Hills. Sua figlia presto la raggiunge, riuscendo a fuggire a sua volta. Tuttavia, neanche in America Tamara trova la pace sperata: le sue mostre non hanno lo stesso successo di prima e la sua arte è considerata già vecchia, già poco moderna.

Gli ultimi anni di Tamara de Lempicka

Tamara si trasferisce a New York e qui prova a rilanciare la sua carriera, riallacciandosi alle tendenze dell’astrattismo che tanto piace al pubblico post-bellico. Lavora con la spatola, in un modo sicuramente originale ma che non riesce ad avere il successo sperato.



Il colpo più grave è però la morte dell’amato marito per un infarto. Tamara rimette in discussione tutta la sua vita e lascia la scena artistica. Vende la maggior parte dei suoi beni, parte per tre anni viaggiando attorno al mondo, passa un periodo in Texas dalla figlia e poi si trasferisce in Messico, dove viene a mancare, assistita dalla figlia, nel 1980.

Una vita spericolata ed avvincente non può che concludersi con un ultimo atto di fuoco, come di fuoco era stata la baronessa dagli occhi di ghiaccio tanto amata dall’arte e altrettanto velocemente buttata via. Le sue ceneri, infatti, vengono sparse sul vulcano Popocatépetl, secondo i suoi desideri. Anche questo è stato, per certi versi, un gesto anticonformista e per questo incredibilmente coraggioso, come è stata lei in tutta la sua vita.

Giulia Terralavoro

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