Un corpo senza lutto

giulio cavalli ultima voce

Di Giulio Cavalli


È un corpo sgraziato come sono sgraziati e molli tutti i corpi morti, bolliti dal sale e dal sole mentre tentano di superare quel cimitero liquido che è il Mediterraneo. Sta incastrato in un gommone che lo avvolge come una sindone, questa però di gomma e lacci, e si fa trascinare dalle onde. Nel mare galleggiano solo i cadaveri e le cose: quell’uomo è una cosa, è anche una cartolina che ci arriva dalla Libia, solo che su questa cartolina non c’è scritto ciao o ti penso o come state come si scrivono le cartoline tra quelli che sono vivi, questa cartolina è il sigillo di quello che siamo diventati, è la pietà che nessuno metterà in esposizione, che nessuno studierà sui libri e che finirà presto corrosa dal sale e mangiata dai pesci.

Il 29 giugno, in una delle missioni di ricognizione dell’aereo Seabird, viene individuato questo corpo esanime incastrato tra i resti di un corpo semi sommerso. L’equipaggio dell’aereo e i volontari della ONG Sea Watch hanno sollecitato con urgenza il recupero del cadavere e hanno chiesto che venisse accertato cosa fosse successo. Presumibilmente quel gommone era occupato da altre persone, forse rimanere sbrindellato a galla è stato addirittura un privilegio, forse gli altri naufraghi non galleggiano perché sono rimasti incastrati sotto al mare, semplicemente. Oppure è accaduto che quegli altri siano stati recuperati da qualcuno che ha pensato che imbarcarsi un cadavere, con questo caldo e con questa puzza, fosse un ingombro evitabile. Quando gli osservatori chiedono di intervenire non arriva nessuna risposta. Nessuna risposta dall’Italia, nessuna risposta da Malta, figurarsi dalla Libia. Niente.

Passano due settimane e per altre tre volte trovano quell’uomo morto e quel gommone. Quindici giorni in salamoia senza che nessuno intervenga. Volete una roba sul fatto che il Mediterraneo sia un mare che non esiste e che inizi e che finisca tutto solo sulle coste? Eccola: nel Mediterraneo puoi morirci e farti consumare dal tempo come in una radura sperduta. Quel mare è un deserto, un deserto di leggi, un deserto di diritti, un deserto di pietà, un deserto di umanità. Quel Mediterraneo è il mare che siamo diventati noi, paesi di un’Europa che ha perso ogni compassione.

Quello non è solo un uomo in mezzo al mare: quello è una famiglia che aspetta notizie, quello è l’epilogo di un viaggio di cui non sappiamo nulla, quello è probabilmente l’ennesima vittima di scafisti e di guardie costiere che sono solo un manipolo di criminali, quel corpo è un nome e un cognome che gli a andrebbe restituito, quel corpo è la foto di un’Europa che s’è infeltrita fino a tratta gli uomini come carne e tendini e capelli da lasciare in acqua in attesa che cadano già dal buco del lavandino. E quel buco lì siamo noi. Noi che alla fine non sappiamo nemmeno cosa scrivere su un cadavere lasciato lì. Immaginate domattina di scendere sotto casa, dopo la colazioni, pronti per andare in ufficio o per andare in spiaggia se siete in vacanza, immaginate di chiudere la porta di casa con una doppia mandata e poi voltarvi scavalcando un cadavere sul marciapiede, allungate il piedino per non sentirne le parti molli, lo scavalcate come un tombino rotto o come una pozzanghera. Poi lo fate il giorno dopo. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Poi ancora. Quattordici volte. L’Europa è un marciapiede così. Noi siamo quelli che scavalcano come dossi montagne di cadaveri, considerati infetti anche senza bisogno del virus. Noi siamo quelli che abbiamo deciso che possa decadere anche il diritto al lutto. Perfino quello.
L’Europa ha costruito la sua fortezza perfetta e intorno nel fossato ci sono i morti. Tutto normale. Mancano solo i coccodrilli.

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