Il social ban di Trump alla luce di Michel Foucault

A partire dal 6 gennaio 2021, si è scritto e si è detto molto sulla violenta invasione del Congresso da parte dei sostenitori di Trump. Meno si è discusso circa gli effetti e la portata politica del ban – definito deplatforming operato dai principali social network ai danni dell’ex presidente.

Com’è noto, Twitter, Facebook, Instagram, Snapchat, Discord, Twitch, Tik Tok, Reddit e Google (che nel suo store ha bloccato l’app Parler, tanto cara ai rivoltosi), hanno rimosso a tempo determinato gli account di Trump, reo di aver violato gli standard della community fomentando i disordini attraverso i propri canali social.

Il dato riportato è oggettivo: la reazione di Twitter – megafono principale del tycoon – e delle altre piattaforme è stata molto più salda ed efficace di quanto non lo sia stata quella della polizia di guardia al Campidoglio. Come riportano i dati di NewsWhip, in questi sette mesi Trump ha perso il 91% delle proprie interazioni social, scomparendo quasi definitivamente dall’agenda politica e dal dibattito pubblico.

Tenendo sempre a mente la ferma condanna nei confronti delle violenze e della profanazione del luogo di cultura democratica rappresentato dal Campidoglio, il tema sul quale è necessario riflettere è come un problema di ordine sociale così grave come l’assalto al Congresso non sia stato risolto all’interno dell’alveo costituzionale, ma nelle stanze private della direzione di un social network che per anni ha concesso libertà assoluta all’affermazione politicamente scorretta di Trump.

Nella sua storia critica del presente, Michel Foucault ha dedicato molta attenzione all’importanza e ai limiti del controllo sociale. Per il filosofo francese, il potere e le sue funzioni repressive sono intimamente tecnologiche, cioè mutano e progrediscono di pari passo con la società umana, infiltrandosi non solo nei luoghi tradizionalmente atti a questo scopo (come le prigioni), ma anche in tutti quegli spazi di convivenza più o meno volontaria, come le scuole, gli ospedali e i nostri social network.

Il potere e il controllo che esso esercita su di noi sono intimamente nascosti nei gesti e negli oggetti quotidiani, poiché costituiscono la struttura stessa del mondo che ci circonda. A tal proposito, il covid-19 non ha fatto altro che accelerare il processo – intimamente politico – di fusione tra vita reale e digitale, alimentando un meccanismo di necessaria conferma del web che conduce fino al paradosso dell’esistenza per sola giustificazione della rete.

Quante volte la tentazione di una pausa o di un definitivo allontanamento dai social è stata disinnescata dal brivido della scomparsa? Senza un account web, le proprie idee e le proprie esperienze corrono il rischio concreto di non avere voce e consistenza.

Alla luce di ciò, la nostra riflessione si radicalizza: il ban di Trump – vera e propria dimostrazione di forza nei confronti del presidente di una delle nazioni più potenti al mondo – è un segnale esplicito dello slittamento sostanziale del potere: oggi l’intero dibattito pubblico si svolge esclusivamente nei limiti e negli spazi concessi dalle piattaforme social private (basti pensare come la fine del governo giallo-verde non sia stata sancita da un discorso alle camere ma da un post sulla bacheca Facebook dell’allora ministro dell’interno Matteo Salvini).

Progressivamente, la selezione dei temi politici si concentra nelle sole mani di Facebook, Twitter, Google e simili, che non possono e non devono più essere considerati semplici spettatori esterni alla vita pubblica degli Stati, perché da loro dipende il diffondersi o meno di idee e personalità politiche.

La relazione tra Stato e piattaforme web è però squilibrata: mentre il social è in grado di sorvegliare il dibattito pubblico e, dov’è necessario, di punire i soggetti pericolosi con grande efficienza, lo Stato rischia di non essere in grado di fare lo stesso a parti invertite.

Da qui nasce l’urgenza di una presa d’atto della situazione corrente. Seguendo Foucault, è necessario comprendere la stretta correlazione tra le forme del nuovo potere tecnologico e i rapporti di potere da esso generati.

Se in età moderna le istituzioni pubbliche erano le piene detentrici della facoltà di sorvegliare e punire, oggi questo dominio rischia irrimediabilmente di appartenere a gruppi privati e ristretti, impossibili da controllare e fronteggiare con le tradizionali armi del dibattito pubblico e della Costituzione, strumenti indispensabili per non dimenticare la differenza sostanziale che intercorre tra l’essere utenti di un servizio privato e l’essere cittadini.

Davide Scorretti

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