Parole “folli”: le scrittrici africane contro il tabù della salute mentale

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Il tabù della salute mentale è ancora ben radicato nella nostra società, circondato dallo stigma e dalla vergogna. Negli ultimi anni, una nuova generazione di scrittrici africane ha sollevato l’argomento con empatia, per raccontare, a sé stesse e a agli altri, cosa significa vivere nella “follia”.

La salute mentale è spesso ancora sinonimo di vergogna, silenzio e necessità di nascondersi dal mondo. Il dibattito su questo tema, e di conseguenza la prevenzione, sono complicati, per via dello stigma e del tabù ad esso associati. L’ultimo report di Human Rights Watch, “Living in Chains”, stima che in tutto il mondo vi siano 792 milioni di persone che soffrono di qualche problema legato alla salute mentale.  Un individuo su dieci, inclusi un bambino su cinque.

La responsabilità dei governi

Secondo i dati ufficiali forniti dall’ultimo rapporto dell’OMS sulla salute di rifugiati e migranti, i governi spendono meno del 2%  dei rispettivi budget nel settore sanitario sulla salute mentale. L’80% di questi fondi, sia nei paesi a medio che a basso reddito, va a finire negli ospedali psichiatrici. Solo le briciole rimangono per i servizi sul territorio e la prevenzione.

Inoltre, più di due terzi dei Paesi (a livello globale) non rimborsano, nel sistema di assicurazione sanitaria, le persone che hanno avuto bisogno di servizi specialistici. A tutto questo si aggiunge l’enorme mancanza di personale qualificato. Secondo le stime del “Mental Health Atlas 2020” dell’OMS, il personale qualificato addetto alla salute mentale in Africa è pari a meno di 1 ogni 100mila abitanti, a 2,5 nell’Asia sud-orientale e ai 50 in Europa. É evidente come le politiche destinate alla salute mentale, più che curare, tendono a nascondere il disagio mentale, finendo per acuirlo.

A rischio il benessere mentale delle donne migranti

Gli stigmi e i tabù che avvolgono il tema della salute mentale in tutto il mondo si ripercuotono sulla cura e sulla prevenzione del disagio, e, inevitabilmente, sulla salute delle persone. In particolare, come rivela anche il Report sulla salute dei rifugiati e delle persone migranti (OMS), i disturbi mentali colpiscono con maggior intensità le persone migranti e i rifugiati, ancor più se donne. 

 Migrare è sempre un evento destabilizzante, che può esercitare un impatto profondo sul benessere psichico di una persona.  Le violenze e le privazioni affrontate durante il viaggio possono causare condizioni di profonda depressione, o altre conseguenze negative sulla salute mentale dei migranti. In questo contesto, come sottolinea il Report del 2021 di European Network of Migrant Women,  le donne rischiano più facilmente degli uomini di imbattersi in fattori esterni che possono mettere a repentaglio la salute mentale. Tali fattori includono la violenza maschile, il controllo di una società patriarcale, pratiche tradizionali pericolose per la salute, sfruttamento sessuale o lavorativo, mancanza di supporto sociale, disoccupazione e povertà.

All’origine del disagio

Le cause all’origine dei disagi mentali non si possono, pertanto, ricondurre solamente a caratteristiche ereditarie. Come dimostrano i report citati, spesso, è il più ampio contesto sociale e ambientale che espone gli individui a situazioni stressanti e pericolose a comportare un rischio ber il benessere psichico.

I fattori che concorrono nel determinare una posizione di estrema vulnerabilità  per le donne si possono riscontrare sia nel Paese d’origine, che in quello di arrivo.  A traumi e violenze precedenti, sovente, se ne aggiungono altri nel Paese d’arrivo. Il processo di adattamento alle norme culturali (anche sotto un profilo di genere), le barriere linguistiche, le difficoltà economiche, la discriminazione, l’emarginazione sociale… Si viene così a creare un circolo vizioso: il disagio psichico porta ad isolarsi, ma tale isolamento acuisce l’emarginazione. L’esclusione aumenta la sofferenza e il circolo continua, senza fine.




Il tabù della salute mentale nella letteratura africana

Ad aumentare la sofferenza delle donne colpite da disturbi mentali (di qualsiasi entità) non vi è solo la negligenza delle politiche governative. Permane, infatti, a livello mondiale, una sorta di sospetto, di tabù, verso chi dimostra sintomi di malattie mentali.

Il disturbo mentale presenta varie forme, insinuandosi in maniera subdola, invisibile, silenziosa. É un disturbo che provoca spesso disagio negli altri, una sorta di fastidio, associato alla follia. Familiari e amici non sanno, il più delle volte, come affrontare il problema, il quale non viene in molti casi nemmeno identificato come un disagio mentale. Si tende ad escludere ed emarginare chi soffre di disturbi psichici, relegando la persona nel silenzio della follia.

Per rompere questo tabù, molte artiste e scrittrici africane contemporanee hanno deciso di affidare ai versi la loro esperienza con il disagio mentale, in particolare con la depressione.  Le loro voci trasudano pianto e trauma, ma sono anche forti, resilienti, coraggiose. Sono voci che rifiutano il silenzio, che diventano arma per abbattere lo stigma che circonda la malattia mentale.

Voci di donne contro lo stigma

Il progetto Afro Women Poetry ha raccolto molte di queste voci di donne provenienti dall’Africa subsahariana. Tra gli innumerevoli versi, risuonano le parole della poetessa gabonese Nanda:

(…) Hanno detto a tutti che era impazzita

FOLLE

L’hanno inchiodata ad una vita che non era la sua

FOLLE

Nessuno pensava che fosse un trauma

che fosse appena crollata in una malattia mentale

“Malattia mentale”?

Il termine non gira nelle strade qui

È un dolcetto assaporato da bocche intellettuali

Qui la chiamiamo “Follia” (…)

 

La depressione è per gli altri i bianchi, qui la chiamiamo follia

O quelle della poetessa e scrittrice tanzaniana Nyachiro Lydia Kasese:

Mento a tutte ormai. È ciò che siamo diventate. Bugiarde. Esseri che mentono a coloro che amano. Mentiamo perchè non so come dirti che questo corpo non funzionerà. Non mi permetterà di metterci dentro niente che lo nutra, che gli apporti vita. Mi combatte. Mi dicono che è più sicuro che le persone che amiamo non lo sappiano. Che questa parte di noi, questo pezzo morente, rimanga segreto.

 

Resa al mittente

Le parole delle poetesse esprimono la difficoltà di raccontare il proprio disagio, non solo agli altri, ma anche a sé stesse. Nei loro versi, il loro dolore trova spazio e le emozioni possono finalmente fluire. La autrici creano in questo modo un luogo sicuro in cui sentirsi a proprio agio, costruendo uno spazio, un rifugio, anche per altre donne.

Accanto alle potesse, vi sono numerose autrici di origine africana che hanno affrontato il tema della salute mentale nei propri libri, spesso autobiografici. Tra queste ricordiamo Bassey Ikpi, Meri Nana-Ama Danquah, Akwaeke Emezi e Ngozi Adichie.  Esplorando le proprie vite in quanto immigrate, donne nere, madri, artiste, figlie, esplorano la propria vita attraverso la lente della salute mentale. Scardinando la nostra idea di salute mentale, ci danno libero accesso alla loro. Infrangendo il tabù della salute mentale, mettono alla prova i nostri preconcetti riguardo il significato di “normalità”.  Ci conducono attraverso la vergogna, il dolore, la confusione, le cure e le relazioni familiari. Ci mostrano come i disturbi mentali possano influenzare tutti gli aspetti della propria vita, fino ad eroderne le fondamenta:

La vita può diventare sopravvivenza e non più vivere. (…) Sei lì, una persona che lavora e cammina ed esiste, ma non sei.

I’m telling the truth, but I’m lying (Bassey Ikpi)

Ma accanto ai momenti di disperazione e di sofferenza, emerge una grande resilienza e un desiderio di rinascita. Desiderio di mescolare quelle notti buie senza fine ad un raggio di luce, che si spera possa produrre una guarigione. Ed è con questa volontà che i versi di Emily K. Miller lanciano un ultimo grido

Sono sopravvissuta all’autolesionismo. Alle medicine che ho ingurgitato per poi chiudere gli occhi e sperare di morire(…)

Gli incubi, quando inciampo nell’insonnia, e mi addormento piangendo, chiedendomi quando finirà. Ma non finisce mai.

Tutti i giorni, tutte le notti,

Continuerò a lottare. Io vivrò.

Vivere con il disturbo bipolare

Eva Moriconi

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