Sostenibilità del miele: sappiamo cosa c’è dentro ogni barattolo?

Ogni anno in Italia consumiamo circa 500 grammi di miele pro capite, il 35% in meno rispetto alla media europea. Ma quanto sappiamo di questo alimento e del modo in cui viene prodotto? La questione della sostenibilità del miele non è del tutto da sottovalutare per quanto riguarda la salvaguardia dell’ambiente e la tutela del consumatore

Perché i vegani non mangiano miele

I vegani, come ben sappiamo, non consumano alcun tipo di alimento che provenga dallo sfruttamento animale. Sul miele, però, non tutti sono d’accordo e c’è chi non riesce a capire questo tipo di scelta se l’alimento preso in esame non viene consumato nuocendo all’animale produttore. Tralasciando chi rifiuta l’idea di specismo, ci sono visioni più flessibili che “consentono” di consumare miele quando prodotto in modo rispettoso dell’animale.

Il miele consumato dall’uomo, infatti, è quel surplus prodotto naturalmente dalle api che non andrebbero a consumarlo tutto per il sostentamento dell’alveare. In realtà, però, la produzione del miele non è sempre così trasparente e molti metodi produttivi sono violenti e dannosi per le api e per l’ambiente. Questi fattori incidono sulla effettiva sostenibilità del miele che troviamo nei nostri supermercati e sarebbe bene conoscerli.

Lo sfruttamento delle api: i mandorleti della California

Nel 2019 in California sono morte 50 miliardi di api, un terzo della popolazione di api americane usate per la produzione di miele. La California è il più grande produttore di mandorle del mondo: con il suo miliardo di tonnellate l’anno, detiene l’80% della produzione mondiale. Una produzione cresciuta in modo esponenziale e che necessita di un’enorme quantità di api per impollinare i mandorleti. Per far fronte alla crescente richiesta, molti apicoltori hanno iniziato ad affittare i loro alveari ai proprietari di mandorleti.

In America l’agricoltura fa uso massiccio di agrotossici, che nella coltivazione di mandorle sono impiegati in quantità maggiori. Uno dei più utilizzati è il glifosato, la cui tossicità fa discutere molto. L’uso di agrotossici è particolarmente dannoso per api e altri insetti poiché, tra le altre cose, influisce sul loro orientamento. Il fenomeno è chiamato Colony Collapse Disorder e gli animali colpiti sono destinati alla morte poiché, indeboliti e disorientati, non riescono più a trovare cibo e riprodursi. Tale fenomeno è stato riscontrato principalmente negli USA, proprio là dove l’utilizzo dei pesticidi è maggiore. Gli impollinatori, dunque, sono tra le prime vittime e la perdita stimata nella sola famiglia delle api oscilla tra il 50 e il 90%.

L’inchiesta del The Guardian

A portare avanti un’inchiesta sulla morte della api in America, è stato il The Guardian. Il quotidiano ha messo in luce come 50 miliardi di api sono morte nell’inverno tra il 2018 e il 2019. La causa principale sarebbe proprio il modello di coltivazione delle mandorle che, non solo con i pesticidi, risulta particolarmente dannosa per le api. Questo tipo di coltivazione intensiva, infatti, costringe gli insetti a ritmi serrati spingendoli a svegliarsi con due mesi di anticipo dalla pausa invernale. Ma non è tutto: l’impollinazione dei mandorli richiede una forza lavoro maggiore (dieci volte di quella dei meli) sottoponendo le api a ritmi stancanti.

Gli apicoltori commerciali che inviano i loro alveari alle fattorie di mandorle vedono morire le loro api in numero record e nulla di ciò che fanno sembra fermare il declino

Tuttavia i pesticidi e i ritmi sfasati non sono le uniche cause. Secondo ambientalisti e apicoltori biologici un’ulteriore minaccia risiede nell’alta concentrazione di api in uno stesso luogo; questo atteggiamento aumenta il rischio di trasmissione di malattie tra gli insetti.

Le api prosperano in un paesaggio a biodiversità. Ma l’industria delle mandorle della California li colloca in una monocoltura dove i coltivatori si aspettano che le api siano prevedibilmente produttive anno dopo anno

Le frodi del miele: l’uso di sciroppi e zuccheri

Tra le varie truffe riguardanti il miele, la prima a venire in mente è l’alterazione dell’alimento con aggiunta di zuccheri e altre sostanze. Andando all’origine del prodotto, però, ci sono metodi di produzione che minano più da vicino la sostenibilità del miele: si tratta di vere e proprie truffe contro la legge.
Tra le più dannose ne emergono due: la prima riguarda la nutrizione degli alveari con sciroppi a base di zucchero. Gli apicoltori sono autorizzati a nutrire le api in situazioni in cui la famiglia non riesce a sostentarsi da sé. Il problema sorge nel momento in cui la nutrizione viene portata avanti tutto l’anno, soprattutto nella fase della raccolta di polline. Questo fa sì che la quantità di miele prodotta sia maggiore ma il risultato finale è simile al quello del miele alterato. Il miele prodotto da alveari nutriti costantemente, inoltre, non presenta tutta una serie di nutrienti e sostanze che le apri raccolgono dal nettare.

Raccolta del miele maturo e lo stress dell’alveare

Una seconda pratica, particolarmente dannosa per la vita degli insetti, è la raccolta del miele non maturo. Quando il nettare viene raccolto questo risulta ricco di acqua che viene ridotta nel processo di lavorazione da parte delle api. È anche nel corso di questo processo che il miele si arricchisce con sali minerali, proteine e altre sostanze. Ma spesso, per avere grandi quantità di prodotto a prezzo minore, si raccoglie il miele quando non è ancora maturo. Il risultato è un prodotto carente, di basse qualità, che manca delle caratteristiche più importanti. Questo tipo di raccolta, poi, induce l’alveare ad aumentare la produzione di miele, arrivando a stressare i ritmi delle api.

Tra le altre truffe ai danni del consumatore c’è anche la pratica di mascherare l’origine geografica del miele e il transhipping. Quest’ultima è una pratica normale ma che può nascondere atti fraudolenti, quando non condotta con trasparenza. In questi casi lo scambio extracomunitario del prodotto può avere lo copo di mascherare la sua origine. A volte un miele sottoposto a questo tipo di triangolazione arriva a essere rivenduto come locale.

Il trattamento delle api

La sostenibilità del miele riguarda anche il trattamento riservato alle api da alcuni apicoltori. Tornando all’America, ad esempio, è diffusa la pratica di uccidere gli alveari durante l’inverno perché è più conveniente economicamente comprarne di nuovi. Un’altra pratica utilizzata è quella della divisone, o unione, degli alveari, un processo del tutto artificiale poiché in natura non avviene. Questo comporta la necessità di nuove regine: le api regine vengono uccise e rimpiazzate ogni sei mesi circa; per farlo le api sono inseminate artificialmente, alterando i loro ritmi naturali.

Un altro processo molto crudele prevede la privazione delle ali alle api regine, così da impedir loro di lasciare l’alveare per andare a riprodursi: la cosiddetta sciamatura. Oltre a questo esiste anche la marchiatura tramite vernice: un procedimento molto stressante durante il quale l’insetto viene immobilizzato.




Le iniziative dopo il disastro californiano

Dopo la perdita di miliardi di api, in California è nato il programma Bee Where, che permette ad apicoltori e agricoltori di comunicare e gestire meglio l’utilizzo dei pesticidi. Per farlo, gli apicoltori sono tenuti a registrare la posizione geografica dei loro alveari, mentre gli agricoltori devono rendere noti preventivamente i piani di irrorazione con pesticidi dei raccolti.

Un altro aiuto è giunto grazie a un nuovo programma di certificazione, volto ad aiutare il consumatore a distinguere i prodotti sostenibili da quelli meno etici. Il programma si chiama Bee Better e nasce nel 2017 da un’idea della Xerces Society. Il famoso gelato Häagen-Dazs è la prima azienda alimentare a riportare l’etichetta Bee Better.
Sono, inoltre, molte le associazioni nel mondo che si occupano della salvaguardia della api e della diffusione di notizie riguardanti il loro sfruttamento.

Come assicurarsi dell’eticità del prodotto?

Come può, allora, il consumatore tutelarsi dalle truffe e assicurarsi della sostenibilità del miele che consuma? Generalmente l’acquisto al supermercato è sconsigliato, poiché i mieli trovati sono spesso non interamente locali o sottoposti a processi di adulterazione. La cosa migliore è rivolgersi direttamente all’apicoltore e informarsi sui metodi di raccolta del miele.

Lo scorso anno, inoltre, la World Biodiversity Association ha creato una nuova certificazione presieduta da un apicoltore italiano. L’intento è quello di premiare gli apicoltori meritevoli che producono miele e prodotti derivati in modo sostenibile e a chilometro zero. Si tratta, chiaramente, anche di un valido strumento per quel consumatore che desidera rivolgersi alla produzione locale e più controllata. L’apicoltore che ottiene questa etichetta è tenuto a rispettare alcune regole: non può utilizzare api di altri territori né spostare le arnie per cercare fioriture specifiche; la produzione deve tenere conto della biodiversità e del modo di vivere della api.

Che sia di nostro gusto o no, la sostenibilità del miele è un argomento ampio che merita attenzione sia da un punto di vista ambientale che da un punto di vista di rispetto delle leggi e del consumatore.
In Italia c’è un crescente numero di apicoltori hobbisti che raccoglie i prodotti nel rispetto delle api e della biodiversità. È bene porre l’attenzione su queste realtà virtuose, incentivandole e sostenendole. Non tutti, poi, vendono il loro prodotto ma aiutano il processo di impollinazione e la salvaguardia delle api. Nonostante per molti rimanga una forma di sfruttamento, per chi desidera consumare miele prodotto in modo più etico e responsabile l’unica arma è un’informazione consapevole.

 

Marianna Nusca

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